Genesi Capitolo 14 alla Luce della Divina Volontà

La lettura di questo passaggio della Genesi (versetti 1-12) alla luce degli scritti sulla Divina Volontà, rivela il profondo contrasto tra la volontà umana decaduta e il progetto originale di Dio.

Ecco l'analisi teologico-spirituale strutturata secondo questa spiritualità:

Il brano descrive un mondo dominato da alleanze labili, ribellioni, guerre e rivendicazioni territoriali (quattro re contro cinque).

  • Quando l'uomo vive fuori dalla Divina Volontà, perde l'unità con Dio e con i suoi simili. La volontà umana espressa nell'egoismo genera divisione, brama di potere e sottomissione forzata.

    I molti re simboleggiano le innumerevoli sfaccettature e passioni della volontà umana che cercano di dominarsi a vicenda, opposte all'Unica Volontà Divina che regna nell'ordine e nella pace.

La valle di Siddim, piena di pozzi di bitume in cui cadono i re in fuga, ha una forte valenza simbolica.

  • Negli scritti della Divina Volontà, l'anima che agisce da sola viene spesso descritta come immersa nel fango o nella polvere della terra. Il bitume rappresenta la pesantezza, la cecità e la trappola delle passioni umane.

    Cercando la salvezza nelle proprie forze o nella fuga strategica, i re della terra cadono proprio nelle trappole del mondo, incapaci di elevarsi verso il Cielo.

Gli invasori saccheggiano tutti i beni e i viveri delle città.

  • Tutto ciò che è costruito e accumulato dalla sola volontà umana è fragile e soggetto a essere depredato o distrutto dal tempo e dal male.

    Senza il "cibo" della Divina Volontà, l'anima accumula beni che non possono nutrirla spiritualmente, restando esposta al saccheggio delle tentazioni.

Lot, pur essendo parente del giusto Abramo, sceglie di abitare a Sodoma, attratto dalla sua apparente ricchezza, e finisce prigioniero.

  • Lot rappresenta l'anima che, pur conoscendo il bene (la stirpe di Abramo), scende a compromessi con lo spirito del mondo. L'allontanamento dalla sfera della Divina Volontà porta inevitabilmente alla schiavitù e alla perdita della libertà interiore.

    Successivamente nel testo, Abramo interverrà per liberare Lot. Questo prefigura l'intervento di Cristo (e l'azione dei figli della Divina Volontà) che scendono nel campo di battaglia del mondo per riscattare l'umanità prigioniera del proprio volere.


Il passaggio (dei versetti 13-16) mostra il ribaltamento della situazione grazie all'intervento di Abramo. Alla luce della Divina Volontà, questo evento descrive la transizione dalla schiavitù delle passioni alla regalità dell'anima che opera in unione con Dio.

Mentre i re della terra combattono nel fango della valle di Siddim, Abramo risiede in pace presso le Querce di Mamre.

  • Le querce simboleggiano la stabilità, la fermezza e le radici profonde. L'anima che vive o si poggia sulla Divina Volontà non si lascia scuotere dalle guerre e dalle tempeste umane del mondo; essa rimane ferma nella pace di Dio.

    L'alleanza di Abramo con i vicini rappresenta l'armonia interiore. Quando la Volontà Divina regna in un'anima, tutte le sue facoltà (intelletto, memoria, volontà) sono in perfetta pace e alleanza tra loro.

Abramo non usa mercenari esterni, ma mobilita 318 schiavi nati nella sua stessa casa.

  • Nella spiritualità di Luisa Piccarreta, le opere compiute dall'anima nel Volere Divino sono considerate come "figli" o "servitori" legittimi nati nella "casa" dell'anima stessa. Sono atti nobili, addestrati, pronti a difendere il regno interiore.

    Di fronte a grandi eserciti di quattro potenti re (che simboleggiano le legioni dei vizi), bastano pochi atti fatti in unione con Dio (i 318 servi) per ottenere una vittoria totale. La forza divina supera immensamente la quantità umana.

Abramo attacca i nemici di notte, sorprendendoli e inseguendoli fino a Damasco.

  • La notte rappresenta lo stato di cecità e peccato in cui versano i re invasori. L'azione di chi vive nella Divina Volontà porta la luce della giustizia divina proprio nel cuore delle tenebre umane, disperdendo il male.

    Davanti all'atto imperativo di un'anima che opera con la forza di Dio, i vizi e le tentazioni non possono resistere e sono costretti alla fuga.

Abramo recupera tutto il bottino, le donne, il popolo e il parente Lot.

  • Questo gesto prefigura l'opera del Redentore e, successivamente, dei figli della Divina Volontà. Essi non vivono per se stessi, ma hanno la missione di riparare, recuperare e sottrarre le anime (rappresentate da Lot) e i beni spirituali che la volontà umana aveva lasciato saccheggiare dal nemico.

    Recuperare "tutta la roba" significa reintegrare l'anima nella sua originaria dote divina. Tutto ciò che il volere umano aveva perso con il peccato viene riconquistato e restituito attraverso l'atto d'amore e di fede di chi ubbidisce a Dio.



Lo straordinario incontro descritto dai versetti dal 17 al 20, rappresenta uno dei vertici spirituali dell'Antico Testamento e, alla luce della Divina Volontà, svela il compimento del piano di restaurazione dell'umanità attraverso i tre grandi decreti divini: Creazione, Redenzione e Santificazione.

Il re di Sodoma esce incontro ad Abramo per rendergli omaggio nella Valle di Save.

  • Il re di Sodoma rappresenta lo spirito del mondo e l'insidia della gloria umana che si fa incontro all'anima dopo una grande vittoria spirituale.

    Il mondo cerca di negoziare con l'anima, offrendole i beni materiali o il riconoscimento del proprio "io". Ma l'anima che vive nel Volere Divino sa che la vittoria appartiene interamente a Dio e rifiuta di appropriarsi del merito, rimanendo integra e distaccata.

Melchisedek, il cui nome significa "Re di Giustizia", è re di Salem ("Pace") e sacerdote del Dio Altissimo. Compare dal nulla, senza genealogia, portando pane e vino.

  • Melchisedek prefigura Gesù Cristo, Sommo Sacerdote, ma rappresenta anche il regime della Divina Volontà: un regno di perfetta Pace e Giustizia. Egli non offre sacrifici di sangue (tipici della volontà umana ferita dal peccato), ma un'offerta pura e incruenta.

    Negli scritti della Divina Volontà, questo gesto non è solo profezia dell'Eucaristia (Redenzione), ma simboleggia il nutrimento divino originario. Dio voleva nutrire l'uomo con la propria Volontà. Il pane e il vino di Melchisedek sono la dote celeste, la sostanza divina che viene restituita all'anima che ha combattuto e vinto le passioni umane (la sconfitta dei re invasori).

La formula di benedizione usata da Melchisedek unisce strettamente Abramo, Dio e la Creazione.

  • «Creatore del cielo e della terra»: Questo titolo è fondamentale nella spiritualità di Luisa Piccarreta. Ricorda il fine primario per cui l'uomo è stato creato: vivere come re della Creazione, in perfetta unità con il suo Creatore.

    Benedire Abramo "dal Dio Altissimo" significa che il canale della grazia, interrotto da Adamo, si riapre per chi opera con fede e obbedienza. La benedizione scende sul "giusto" e si riflette su tutta la Creazione, che finalmente torna a glorificare Dio attraverso l'atto dell'uomo.

Abramo offre a Melchisedek la decima di ogni cosa.

  • Nella Divina Volontà, l'anima non trattiene nulla per sé. Offrire la decima simboleggia il dovere e la gioia del contraccambio: l'anima riconosce che tutto viene da Dio e restituisce i propri atti, i propri successi e la propria stessa vita al Creatore come omaggio di amore e sottomissione filiale.

    Cedendo la decima a Melchisedek, Abramo sottomette la storia umana e le sue vittorie al Regno eterno di Dio, stabilendo che l'ordine spirituale è infinitamente superiore a quello temporale.


Il passaggio conclusivo narrato nei versetti 21-24, mette in luce il radicale distacco di Abramo dai beni della terra e la sua totale fiducia in Dio. Alla luce della Divina Volontà, questo dialogo descrive il segreto fondamentale per poter regnare con Dio: il rifiuto assoluto e irrevocabile di qualsiasi proprietà o compromesso con la volontà umana.

Il re di Sodoma propone una spartizione: «Dammi le persone; i beni prendili per te».

  • Lo spirito del mondo cerca sempre di scendere a patti con l'anima. Offre ricchezze materiali, meriti umani, soddisfazioni e gloria vana in cambio della sovranità sulle "persone" (cioè sulle facoltà dell'anima, sui pensieri e sugli affetti).

    Accettare il bottino di Sodoma avrebbe significato per Abramo legalizzare un arricchimento basato sul fango e sulla guerra di quel mondo decaduto. Nella vita nello Spirito, appropriarsi dei frutti delle proprie vittorie o cercare il riconoscimento umano inquina la purezza dell'atto divino.

Abramo risponde alzando la mano verso il «Dio altissimo, creatore del cielo e della terra» e rifiuta persino «un filo o un legaccio di sandalo».

  • La rinuncia al "nulla" per possedere il "Tutto": Negli scritti della Divina Volontà, la volontà umana propria viene definita come un "nulla" che intralcia il "Tutto" divino. Il filo e il legaccio di sandalo rappresentano le minime cose, i più piccoli attaccamenti alla propria volontà, alle proprie opinioni o alle comodità umane. Abramo dimostra che per far regnare Dio non si può conservare nemmeno l'attaccamento più insignificante.

    La gelosia del Volere Divino: Abramo non vuole che il re di Sodoma possa dire «Io ho arricchito Abram». L'anima che vive nella Divina Volontà vuole essere arricchita solo ed esclusivamente da Dio. Essa vive nel regime del puro dono: non cerca ricompense umane, perché possiede già l'intera dote del suo Creatore. Lasciare che il mondo si vanti di averci dato qualcosa significa derubare Dio della Sua gloria.

Abramo fa un'eccezione per il cibo consumato dai servi e per la parte che spetta ai suoi alleati (Escol, Aner e Mamre).

  • L'anima che vive nel Volere Divino non disprezza la creazione né i bisogni naturali. Il cibo consumato dai servi simboleggia ciò che è strettamente necessario alla vita e al corpo (la "casa" dell'anima) per poter operare sulla terra. Non vi è peccato nell'uso delle cose, ma nell'attaccamento e nel possesso egoistico di esse.

    Lasciare che gli alleati prendano la loro parte mostra che Abramo rispetta le anime che non sono ancora chiamate al suo stesso livello di totale abbandono e distacco. Chi vive nella Divina Volontà non impone rigidamente agli altri il proprio cammino altissimo, ma cammina nella carità, lasciando che ciascuno agisca secondo la grazia e la giustizia proprie del suo stato.

    Con questo rifiuto totale, Abramo sigilla la sua fedeltà, preparando il terreno per il capitolo successivo, dove Dio gli dirà: «Non temere, Abramo, Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà grandissima».

Commenti

Post popolari in questo blog

Genesi Capitolo 12 alla Luce della Divina Volontà

Genesi Capitolo 11 alla Luce della Divina Volontà

Genesi Capitolo 17 alla Luce della Divina Volontà