Genesi Capitolo 16 alla Luce della Divina Volontà
Alla luce degli scritti sulla Divina Volontà affidati a Luisa Piccarreta, il passo della Genesi 16, 1-10, illustra il drammatico contrasto tra l'operare della volontà umana e lo svolgersi del Volere Divino. Quando l'uomo cerca di compiere i disegni di Dio con i propri mezzi intellettuali e sforzi umani, genera sempre divisione, sofferenza e schiavitù.
Ecco un'analisi teologica e spirituale:
Dio aveva promesso ad Abramo una discendenza, ma il tempo passava. Sarai, mossa dalla logica umana e dall'impazienza, decide di "aiutare" Dio.
Nella Divina Volontà, l'anima sa attendere i tempi di Dio, perché l'Atto Divino possiede l'eterno presente.
Sostituire il piano di Dio con un ripiego umano (il legame con Agar) spezza la purezza del disegno originario, introducendo l'elemento della creatura dove doveva regnare solo il Creatore.
Agar è una schiava egiziana. Nella simbologia mistica della Divina Volontà, l'Egitto e la schiavitù rappresentano la condizione dell'anima che vive fuori dal Fiat Divino, prigioniera delle proprie passioni e dei propri limiti.
Il figlio nato da Agar (Ismaele) è il frutto dello sforzo umano e della carne. Il figlio promesso (Isacco) sarà invece il frutto del miracolo, cioè della Volontà Divina che feconda l'impossibile.
Appena Agar resta incinta, l'ordine salta e Sarai viene disprezzata. La volontà umana promette frutti facili, ma non appena produce qualcosa, genera orgoglio, discordia e disordine interiore.
Sarai maltratta Agar, che fugge nel deserto. Il deserto è lo stato di aridità in cui si ritrova l'anima quando si allontana dalla sorgente della vera Vita.
L'Angelo del Signore ferma Agar e le dice: «Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa».
Per la Divina Volontà, l'ordine deve essere ristabilito. La carne (Agar) deve restare sottomessa allo spirito e alla promessa divina (Sarai). Non si può costruire la propria spiritualità sulla ribellione o sulla via più facile.
Nonostante l'errore umano, Dio non abbandona Agar e promette di moltiplicare la sua discendenza.
Negli scritti di Luisa emerge costantemente come la Divina Volontà sia capace di scendere nelle miserie umane per ripararle, tracciando linee diritte anche sulle righe storte degli uomini. Dio accoglie il grido dell'afflitta nel deserto, manifestando che il Suo Amore è sempre più grande del fallimento umano.
In sintesi, questo brano è un severo ma paterno monito: ogni volta che l'uomo dice "faccio io" e non attende il "Fiat" di Dio, crea una catena di conflitti. La vera fecondità non nasce dall'ingegno umano, ma dalla totale e fiduciosa sottomissione al Volere Supremo.
Il passaggio dei versetti 11 e 12 esplicita la profezia sulla natura di Ismaele. Alla luce della Divina Volontà, la descrizione del carattere e del destino di questo figlio descrive perfettamente l'anatomia e le conseguenze dell'anima che vive e opera basandosi sulla volontà propria.
L'angelo dice: «Lo chiamerai Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Ismaele significa infatti "Dio ascolta").
Agar si trova nel deserto a causa di un progetto umano andato storto. Negli scritti di Luisa Piccarreta, emerge costantemente che la volontà umana, quando si separa da quella Divina, produce inevitabilmente vuoto, solitudine e "afflizione".
Dio non si distoglie dall'anima caduta. Anche quando l'uomo sbaglia e genera frutti fuori dal Fiat Divino, il Signore ascolta il dolore che ne deriva e interviene con la sua grazia preveniente per sostenere la creatura nella sua miseria.
La profezia afferma: «Egli sarà come un ònagro» (un asino selvatico).
L'asino selvatico è l'emblema dell'indomabilità, della testardaggine e di una libertà sfrenata che non accetta legami o confini.
Nella spiritualità della Divina Volontà, la volontà umana separata da Dio crede di essere libera solo quando fa ciò che vuole, rifiutando la legge dell'Amore. In realtà, questa "selvagghezza" non è vera libertà, ma ribellione cronica. L'anima diventa incapace di trovare pace, guidata dall'istinto, dall'orgoglio e dall'irrequietezza.
«La sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui».
Il Fiat Divino è la forza cosmica che unisce, armonizza e pacifica tutto il creato. Al contrario, la volontà umana è per sua natura divisiva. Quando l'uomo vive nel proprio io, percepisce gli altri come minacce o rivali.
Ismaele sperimenta l'ostilità universale. Questo rappresenta lo stato interiore di chi non vive nella Divina Volontà: una guerra continua contro le circostanze, contro il prossimo e contro se stessi. Senza il Volere di Dio che fa da collante, l'anima è in perenne assetto di difesa e di attacco.
«E abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli».
Abitare "di fronte" o "in faccia" ai fratelli indica una vicinanza fisica originata dalla stessa carne (la discendenza di Abramo), ma una totale barriera spirituale ed emotiva.
La solitudine dell'ego è l'esatta descrizione della convivenza umana quando manca il Regno del Fiat sulla terra. Le anime possono vivere fianco a fianco, ma restano estranee, separate da barriere di egoismo e incomprensione. La vera comunione fraterna può nascere solo quando i fratelli attingono alla stessa Volontà Divina, che li rende un solo battito e un solo respiro.
In sintesi, la profezia su Ismaele non è solo un fatto storico, ma un'accurata diagnosi spirituale. Ismaele è il prototipo dell'uomo vecchio, nato dalla carne e dallo sforzo umano, destinato a una vita di lotta e instabilità. Questo testo fa risaltare per contrasto la bellezza dell'uomo nuovo (che sarà prefigurato da Isacco), il figlio della promessa, che nasce non da calcoli umani, ma dal puro e fecondo miracolo della Divina Volontà.
Il passaggio dei versetti dal 13 al 16 conclude la vicenda della fuga di Agar e focalizza l'attenzione sulla rivelazione di Dio nel deserto e sulla nascita di Ismaele. Alla luce della Divina Volontà, questo testo esprime la transizione dall'oscurità della volontà umana alla luce della Grazia che previene e ripara, lasciando però impresso il segno del limite umano.
Agar esclama: «Tu sei il Dio della visione... Qui dunque sono riuscita ancora a vedere, dopo la mia visione?».
Finché l'anima opera secondo le proprie vedute umane (come Sarai e Abramo nel cercare un figlio da Agar), cammina al buio. Anche Agar, fuggendo nel deserto, era accecata dall'orgoglio e dalla disperazione.
Negli scritti di Luisa Piccarreta, la Divina Volontà è definita come la "Luce Purissima" che squarcia le tenebre umane. L'incontro con l'Angelo apre gli occhi di Agar. Sperimentare il "Dio della visione" significa che l'anima riconosce che Dio la guarda, la conosce e ne penetra l'interiorità. L'anima non si sente più sola nell'aridità del suo deserto umano, perché si accorge di essere custodita dallo Sguardo Divino.
Il testo menziona il «Pozzo di Lacai-Roi» (che significa "Pozzo del Vivente che mi vede"), situato tra Kades e Bered.
Il pozzo nel deserto rappresenta la Divina Volontà che, nella sua infinita Misericordia, fa scaturire sorgenti di grazia e di vita anche nei luoghi più aridi della storia umana. Quando l'uomo scende al fondo del proprio fallimento (il deserto), la Volontà Divina si fa trovare come una sorgente d'acqua viva per dissetare e risanare l'anima.
Il pozzo si trova tra due località. Spiritualmente, rappresenta il punto di sosta in cui l'anima, stanca di lottare con le proprie forze, si ferma, si disseta alla sorgente del Volere Divino e riceve la forza per ritornare nell'ordine (la sottomissione a Sarai).
«Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio... Abram aveva ottantasei anni».
Abramo dà il nome al bambino, accettando il figlio nato dalla carne. Dio permette che questo disegno umano giunga a compimento e che Ismaele nasca. Nella Divina Volontà, questo mostra la grande pazienza di Dio: Egli non distrugge l'opera della volontà umana, ma la tollera, integrandola nel corso della storia della salvezza, pur sapendo che essa porterà complicazioni.
L'annotazione dell'età di Abramo (ottantasei anni) evidenzia il fattore tempo. La volontà umana è legata alla vecchiaia, al declino e al calcolo degli anni. Al contrario, quando l'uomo opera nella Divina Volontà, entra nell'Eterno Atto di Dio, dove non esiste vecchiaia né decadimento, ma una perenne, feconda e divina giovinezza. Ismaele nasce dal vigore naturale (seppur declinante) di Abramo; Isacco nascerà invece quando Abramo sarà "come morto" (a cento anni), affinché sia chiaro che la vera vita nasce solo dal Fiat Divino.
In sintesi, questo finale ci mostra che l'anima, pur avendo errato seguendo vie umane, può sempre incontrare lo sguardo d'amore di Dio che rigenera. Tuttavia, Ismaele rimane il figlio della schiava: un richiamo costante al fatto che le opere della nostra volontà propria non possono ereditare le promesse divine, le quali restano riservate a ciò che nascerà dal puro miracolo della grazia.
Commenti
Posta un commento