Genesi Capitolo 18 alla Luce della Divina Volontà

Il capitolo 18 della Genesi non rappresenta soltanto uno dei vertici narrativi e teologici dell'Antico Testamento, ma costituisce, se letto attraverso la lente della spiritualità della Divina Volontà affidata a Luisa Piccarreta, una vera e propria fenomenologia dell’unione mistica. In questo fulcro scritturistico si consuma il passaggio definitivo dal regime della volontà umana – con i suoi calcoli, le sue scettiche resistenze e le sue strutturali sterilità – al regime della perfetta comunione e fusione con il Volere Divino. Attraverso tre stadi sequenziali (l'accoglienza teofanica, la purificazione dell'intelletto umano e il ministero dell'intercessione cosmica), l'episodio di Mamre e il successivo dialogo su Sodoma tracciano il destino dell'anima chiamata a farsi specchio, segretaria e "calmante" del Creatore.

Il capitolo si apre presso le Querce di Mamre, in un contesto apparentemente ordinario che racchiude un profondo significato cosmico: Abramo siede all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

Sotto il profilo mistico, l’ora più calda non è un mero dato climatico, ma rappresenta l’intensità radiante del Sole della Divina Volontà che investe l’anima. Abramo si trova in uno stato di perfetta quiete e silenzio interiore, avendo messo a tacere i tumulti della volontà propria. L'ingresso della tenda simboleggia il confine della natura umana: la prontezza dello spirito che vigila ed è pronto a uscire da se stesso (dal proprio "io") non appena l'Atto Divino si manifesta.

L'apparizione delle Tre Divine Persone (i tre uomini) e la reazione di Abramo, che vi si rivolge al singolare («Mio signore...»), rivelano il fine ultimo del vivere nel Fiat: far regnare la Santissima Trinità nel proprio cuore. I dettagli dell’accoglienza riflettono magistralmente il "corteggio" e l’omaggio che l’anima offre a Dio attraverso i propri atti divinizzati:

  • Le tre staia di fior di farina: Richiamano le tre potenze dell’anima (Memoria, Intelletto e Volontà) purificate ed elevate a cibo d'amore per l'Altissimo.

    Il vitello tenero e buono: Simboleggia il sacrificio totale, gioioso e sollecito della propria natura, offerto senza le pigrizie tipiche dell'operare umano.

Il vertice di questo primo momento risiede nella reciprocità: «...mentr'egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono». Quando la creatura opera nel Fiat, i suoi atti si fondono con l'Atto Eterno e diventano "cibo" per Dio, il quale si compiace e si nutre dell'amore e della fedeltà della Sua creatura, inaugurando un'era di perfetta comunione.

Questa intima comunione e lo scambio d'amore preparano il terreno per il compimento della promessa, che tuttavia deve scontare l'urto con il limite dell'intelletto umano, rappresentato dalla figura di Sara, rimasta all’ingresso della tenda «dietro di lui».

Restare "dietro" significa guardare le promesse divine attraverso il filtro opaco della propria debolezza e dei fallimenti passati. Mosè sottolinea che Abramo e Sara erano vecchi e che a Sara era cessato ciò che avviene regolarmente alle donne. Questa descrizione biologica possiede un immenso valore nella spiritualità di Luisa Piccarreta: rappresenta la morte mistica della volontà propria. Dio attende deliberatamente che le forze e le risorse naturali della creatura siano interamente azzerate, affinché sia evidente che il frutto promesso (Isacco) non appartiene all'uomo, ma al puro miracolo del Fiat.

Il riso interiore di Sara dinnanzi all'annuncio della maternità esprime lo scetticismo metodico della ragione umana, abituata a calcolare la realtà solo in base alle leggi di causa ed effetto della terra. La mente umana sussurra: "Com'è possibile che io, avvizzita dalle passioni e dai limiti, possa vivere di una vita divina?".

La risposta del Signore stronca ogni obiezione: «C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore?». Per la Divina Volontà, trasformare un’anima arida e debole in un prodigio di grazia non è solo possibile, ma è il Suo primario desiderio. L’unico vero limite all’onnipotenza di Dio è il rifiuto della volontà umana. Una volta smascherata la paura e ristabilita la verità nel dialogo finale, quel riso di incredulità viene ipotecato da Dio per essere convertito in pura gioia spirituale: il figlio si chiamerà infatti Isacco, che significa "egli riderà".

Il flusso dell’insegnamento eleva ora la creatura a uno statuto ancora più alto: dall'accoglienza intima si passa alla condivisione dei segreti governativi di Dio. Nel momento in cui i tre uomini si muovono verso Sodoma, Abramo li accompagna per congedarli, realizzando quella "camminata nel Fiat" in cui i passi umani si fondono ininterrottamente con i passi divini.

È qui che il Signore pronuncia la straordinaria formula di consultazione: «Devo io tener nascosto ad Abramo quello che sto per fare...?».

Negli scritti di Luisa si apprende che quando un'anima vive nel Divino Volere, Dio sente il bisogno d'amore di confidarsi con lei. L'anima cessa di essere una semplice esecutrice di ordini e viene introdotta nel Consiglio della Santissima Trinità come sua "segretaria", divenendo depositaria sia dei decreti di grazia che di quelli di giustizia.

Questa elezione risponde a una missione universale: Abramo deve diventare una nazione grande e potente per educare i figli nella «via del Signore». I figli della Divina Volontà ricevono una paternità e maternità universale; i loro atti escono dall'ambito privato per assumere una portata cosmica, capaci di influire sulla storia dei popoli.

Di contro a questa luce, Sodoma e Gomorra rappresentano il culmine tragico della volontà propria portata all'estremo della sua degradazione. Il loro peccato grave lancia un «grido» di disordine che rompe l'armonia della Creazione e attira la purificazione della Giustizia. Prima che questa si abbatta, tuttavia, la Luce del Fiat "scende a vedere", ispezionando con perfetta cognizione ogni fibra e offrendo fino all'ultimo istante lo spazio per il ravvedimento.

L'apice drammatico del capitolo si consuma nel celebre dialogo di intercessione in cui Abramo, rimasto solo davanti al Signore, gli si avvicina per trattare la salvezza di Sodoma. Questa "contrattazione d'amore" mette a nudo l'anatomia della perfetta riparazione secondo gli scritti di Luisa Piccarreta.Essa si fonda su un apparente paradosso: la fusione tra la radicale consapevolezza del proprio nulla e la suprema audacia della fede.

Abramo esordisce dicendo: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere...».

Definirsi polvere e cenere non è un atto di sterile autocommiserazione, ma la lucida verità sulla propria natura umana separata dal Creatore. È lo svuotamento dell'ego necessario per essere riempiti del "Tutto" di Dio. Più l'anima si rimpicciolisce nel proprio nulla, più riceve da Dio l'audacia di "trattenere il Suo braccio". Abramo non usa argomenti sentimentali, ma fa appello alla natura stessa di Dio e all'ordine della Sua Giustizia: «Lungi da te il far morire il giusto con l'empio... Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Questa audacia filiale (parresìa) è il diritto di cittadinanza che il Fiat dona alle anime piccole, permettendo loro di trattare da pari a pari con l'Onnipotente poiché non parlano più con una piccola voce umana, ma con la forza dello Spirito divino.

La progressiva discesa dei numeri dei giusti accettata da Dio (da cinquanta fino a quaranta, trenta, venti, sino a dieci) rivela l'asimmetria ontologica tra il bene e il male nell'economia della Divina Volontà:

Gli atti compiuti nel Fiat Divino possiedono un peso specifico infinito. Un nucleo esiguo di anime che vivono nell'ordine del Creatore ha il potere metafisico di controbilanciare, riparare e coprire la nudità spirituale di una moltitudine che vive nel disordine della volontà propria.

Dio non si adira di fronte all'insistenza pressante di Abramo; al contrario, Egli si compiace di farsi "vincere" e incatenare dalle Sue stesse creature. L'ira divina è unicamente il dolore del Suo Amore respinto; pertanto, non appena un'anima riparatrice offre un appiglio di giustizia e di amore, la Misericordia cede con gioia.

Il capitolo si conclude con un distacco solenne: «Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione». L'interruzione del dialogo avviene al limite minimo stabilito (dieci). Abramo ritorna alla sua tenda in perfetta pace. Chi opera nella Divina Volontà non conosce l'ansia o l'agitazione del risultato umano; dopo aver depositato i propri atti e le proprie suppliche nell'Eterno Atto di Dio, l'anima si riposa nell'ordine, sapendo che il Padre compirà perfettamente il Suo disegno d'amore.

In conclusione:

Il capitolo 18 della Genesi si configura così come un itinerario organico di ascesa mistica nel Fiat Supremo. L'anima è chiamata inizialmente a fare della propria esistenza una tenda di ospitalità per la Trinità, offrendo i propri atti come cibo divino (Mamre). In secondo luogo, deve accettare lo svuotamento delle proprie pretese razionali e delle proprie forze naturali (il riso di Sara), riconoscendo che la vera fecondità spirituale (Isacco) fiorisce solo dall'impossibile umano arresosi all'Onnipotenza divina. Infine, rivestita di questa vita nuova, la creatura viene introdotta nei segreti del governo divino (l'annuncio su Sodoma) per esercitare l'ufficio supremo di calmante della Giustizia.

Attraverso la preghiera incessante e l'audacia di chi si sa "polvere amata", i figli della Divina Volontà sono posti sulla breccia della storia per disarmare i castighi meritati dall'umanità e strappare decreti di misericordia, affinché la terra sia purificata e torni a essere il giardino in cui regna stabilmente il Fiat Supremo.

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