Genesi Capitolo 20 alla Luce della Divina Volontà

Il capitolo 20 della Genesi segna una tappa di fondamentale importanza nel cammino patriarcale di Abramo. Subito dopo la distruzione di Sodoma e il drammatico ripiegamento di Lot nella caverna, il testo biblico sposta la narrazione verso il Megeb, a Gerar, dove si consuma il secondo, controverso episodio in cui Abramo dichiara che sua moglie Sara è in realtà sua sorella. Questo espediente espone il re filisteo Abimelech al rischio oggettivo di profanare l'alleanza nuziale, spingendo Dio a intervenire direttamente nel cuore della notte per salvaguardare la purezza della stirpe promessa.


Se analizzato alla luce della dottrina della Divina Volontà, questo capitolo smette di apparire come una semplice ripetizione di schemi antropologici antichi o una mera prova di debolezza morale del Patriarca. Esso si rivela come un saggio teologico organico sulle sottili dinamiche che intercorrono tra la "Volontà Umana" — anche quando mossa da un istinto di conservazione o da una rettitudine naturale — e la ""Volontà Divina"", la quale agisce come Luce assoluta, custode dell'ordine della Creazione e unico principio di vera santificazione.


Il capitolo si apre con il trasferimento di Abramo: «Abramo levò le tende di là, dirigendosi verso il territorio del Negeb, e si stabilì tra Kades e Sur; poi soggiornò come straniero a Gerar». Questo muoversi "di là" — ossia dalle querce di Mamre, luogo teofanico di comunione altissima con l'Eterno — verso una terra straniera, rappresenta simbolicamente la tendenza della creatura a scendere dalle vette della contemplazione pura per confrontarsi con le necessità materiali dell'esistenza.


Negli scritti di Luisa Piccarreta, la stabilità dell'anima nel "Fiat" divino è paragonata a un sole fisso, a un "Atto Unico" che non conosce mutamenti o deviazioni. Quando l'uomo, pur santo come Abramo, comincia a calcolare i rischi dell'ambiente circostante fondandosi sulla propria percezione logica, compie un movimento di discesa.


Dire di Sara "«È mia sorella»" risponde a una strategia di prudenza tutta umana, dettata dal timore della morte. Il volere umano, quando sperimenta la fragilità della propria condizione creaturale, tende spontaneamente a creare schermi, mezze verità e strategie di autoconservazione. Ma nel Regno del Divino Volere non esiste il timore: l'anima che vive nel "Fiat" è talmente identificata con la potenza di Dio da non aver bisogno di stratagemmi umani per difendere la propria vita, sapendo che la sua esistenza è interamente racchiusa e custodita nell'eterna stabilità del Creatore.


Il re Abimelech, ignaro della verità, fa prendere Sara per introdurla nel suo harem. L'intervento di Dio avviene in modo perentorio:


Analizziamo il versetto 3: "«Ma Dio venne a Abimelech in sogno, di notte, e gli disse: "Ecco, tu stai per morire a causa della donna che tu hai presa; essa appartiene a suo marito"».


L'ambientazione notturna e il sogno rivestono un significato preciso. La "notte" è la condizione dell'umanità che cammina al di fuori della rivelazione esplicita della Divina Volontà, guidata soltanto dalla luce creata della ragione o della legge naturale. Abimelech rappresenta l'uomo retto secondo la natura: egli non ha agito con malizia deliberata, tanto che risponde a Dio: "«Signore, vuoi far morire una nazione, anche se giusta? [...] Io ho agito con cuore retto e mani innocenti»".


Dio stesso conferma questa rettitudine morale dicendogli: "«So bene che hai agito con cuore retto e ti ho anche trattenuto dal peccare contro di me»". Negli scritti della Piccarreta si distingue chiaramente tra la "santità umana (o delle virtù)" e la "santità divina (del vivere nel Fiat)".


La santità delle virtù (Abimelech): È basata sul rispetto dei comandamenti, sull'innocenza dei costumi e sulla rettitudine naturale. È una santità "al buio" o "di notte", esposta continuamente all'errore materiale perché priva della visione totale dell'ordine divino.

L'azione preveniente del Fiat: È lo strumento che impedisce ad Abimelech di consumare il peccato ("«perciò non ho permesso che tu la toccassi»"). Questo dimostra che la Divina Volontà opera costantemente nell'universo come una barriera invisibile che preserva l'ordine e impedisce che il caos del volere umano provochi danni irreparabili al disegno della Redenzione. L'uomo non pecca non solo per suo sforzo, ma perché il "Fiat" ne argina amorevolmente la fragilità.


Nonostante Abramo sia stato l'origine dell'equivoco a causa della sua menzogna strategica, Dio dice ad Abimelech: «Ora restituisci la donna di quest'uomo, perché è un profeta: pregherà per te e tu vivrai».


Questo passaggio evidenzia un paradosso teologico che trova piena spiegazione solo nella dottrina della riparazione universale vissuta da Luisa Piccarreta. L'anima che è stata chiamata a far parte del disegno divino (Abramo, il padre della fede) possiede un legame oggettivo con il "Fiat" che supera le sue momentanee debolezze umane. Abramo è definito "profeta" non perché sia moralmente infallibile in ogni singolo atto della sua volontà umana, ma perché la sua vita è inserita nell'atto eterno di Dio.


Gesù spiega a Luisa che le anime che vivono nella Divina Volontà o che sono scelte per essere depositarie dei suoi decreti operano come mediatori universali. La preghiera del giusto, proprio perché formulata in unione con il disegno divino, ha il potere di sanare l'ignoranza e le colpe di coloro che vivono ai livelli inferiori della sola volontà umana. Abimelech, pur essendo moralmente innocente nel caso specifico, ha bisogno della preghiera di Abramo per essere integrato nella pienezza della vita e della fecondità.


Il mattino seguente, Abimelech convoca i suoi servi, manifestando un santo timore, e affronta Abramo chiedendogli conto del suo operare: «Che cosa ci hai fatto? E che colpa ho commesso contro di te, perché tu Broad gettassi sopra di me e sopra il mio regno un peccato così grande?».


La risposta di Abramo mette a nudo la radice ultima di ogni deviazione umana: «Io mi sono detto: Certo non vi sarà timore di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie». Il Patriarca confessa che la sua strategia è nata da un "giudizio soggettivo", da un calcolo razionale basato sulla presunta assenza di Dio in quel territorio. Questo è l'errore tipico della volontà umane: ritenere che vi siano spazi, tempi o situazioni in cui la Divina Volontà non sia presente o non sia in grado di regnare e proteggere la creatura.


Inoltre, Abramo tenta una giustificazione formale dicendo che Sara è realmente sua sorella, in quanto figlia di suo padre ma non di sua madre. Questa spiegazione rappresenta il tentativo continuo della ragione umana di trovare scuse giuridiche o formali per coprire la mancanza di un abbandono totale e assoluto. La Divina Volontà non conosce compromessi geometrici o mezze verità: Essa esige la trasparenza cristallina dell'atto puro.


Ciò nonostante, la restaurazione avviene attraverso la riparazione materiale e spirituale. Abimelech offre ad Abramo greggi, armenti, schiavi e schiave, restituisce Sara e gli concede piena libertà di stabilirsi nella terra: «Ecco davanti a te il mio territorio: va' ad abitare dove ti piace». Questo generoso atto di riparazione simboleggia l'atteggiamento che l'umanità deve assumere nei confronti dell'ordine divino violato: un totale dispossessamento dei propri beni materiali e della propria volontà per fare spazio alla libertà del giusto.


Il capitolo si conclude con l'atto liturgico di intercessione e il conseguente ristabilimento dell'ordine biologico e spirituale:


versetti 17-18: «Abramo pregò Dio e Dio guarì Abimelech, sua moglie e le sue schiave, sì che poterono ancora partorire. Perché il Signore aveva reso sterili tutte le viscere della casa di Abimelech, a causa di Sara, moglie di Abramo».


Questo epilogo rivela il legame intrinseco che unisce la fecondità della terra e dei corpi all'armonia con la Volontà Divina. Negli scritti di Luisa Piccarreta viene costantemente ricordato che la sterilizzazione spirituale e materiale è la conseguenza inevitabile del trionfo del volere umano isolato. Quando l'uomo tenta di impossessarsi di ciò che appartiene all'ordine speciale di Dio (Sara, figura della sposa fecondata dalla promessa divina per dare vita alla stirpe del Messia), l'intera creazione si blocca, perde la sua capacità generativa e si chiude nella sterilità.


La chiusura delle viscere della casa di Abimelech è l'effetto speculare della chiusura dell'anima che si appropria di ciò che è santo. Di contro, la guarigione operata tramite la preghiera di Abramo è l'immagine del "trionfo della Divina Volontà che riconnette la creatura alla Fonte della Vita". Quando l'ordine viene ripristinato, quando Sara viene restituita e il giusto intercede fondendosi nel Volere Divino, il flusso della vita riprende a scorrere immediatamente. Le viscere si aprono, la sterilità scompare e la creazione riprende il suo corso fecondo e generativo.


In conclusione:


Il capitolo 20 della Genesi, meditato alla luce degli scritti di Luisa Piccarreta, si configura come un saggio teologico sulla forza preveniente e restauratrice della Divina Volontà. Esso dimostra che:


Anche i piani dei più grandi santi, se inficiati dal timore o dal calcolo umano, generano confusione e mettono a rischio i disegni della grazia.

L'innocenza di Abimelech non basta a salvarlo senza l'intervento diretto di Dio e la mediazione intercessoria del giusto inserito nel "Fiat".

Solo l'allineamento con le leggi eterne di Dio garantisce la vita, lo sviluppo e la fioritura della storia umana.


In ultima analisi, questo testo invita l'anima a superare sia la notte della giustizia puramente naturale (Abimelech) sia le strategie difensive della ragione umana (Abramo), per immergersi nell'Atto Unico del "Fiat". Lì, nella luce meridiana della Volontà di Dio, ogni timore svanisce, la verità risplende senza veli e la vita è preservata in una fecondità eterna che nessun deserto umano può mai inaridire.

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