Genesi Capitolo 21 alla Luce della Divina Volontà
Il ventunesimo capitolo della Genesi costituisce il punto di volta dell’intera economia patriarcale, il momento in cui l’eterno *Fiat* squarcia il velo dell’impossibilità biologica per innestare nella carne corrotta dell’uomo il principio della Nuova Creazione. Negli scritti affidati a Luisa Piccarreta si evidenzia come la Volontà Divina operi sempre secondo un regime di assoluta fedeltà ai propri decreti, la cui esecuzione non è determinata dalle forze della natura, ma dalla potenza sovrana dell'Atto Unico di Dio. La visitazione del Signore a Sara e il compimento di ciò che Egli aveva promesso dimostrano che, quando l'anima attraversa il deserto dell’attesa e della purificazione interiore, la sua stessa aridità viene fecondata. Isacco non è il semplice frutto di un'unione carnale tardiva, ma rappresenta il prototipo dell’umanità rigenerata nel Divino Volere, il figlio del *Fiat* generato non per impulsi umani, ma per l'efficacia creatrice della Parola divina. La circoncisione dell'ottavo giorno, eseguita da Abramo in stretta obbedienza al comando superiore, suggella questo primato dello Spirito sulla carne, imprimendo sul corpo della creatura il segno del distacco totale dal proprio arbitrio per l’appartenenza esclusiva all'ordine divino.
Il riso di Sara, che dà il nome al fanciullo, cessa di essere l'espressione di un'incredulità scettica per tramutarsi nella pienezza della gioia cosmica. Negli insegnamenti della Piccarreta, la gioia perfetta è l'atmosfera nativa del Regno della Divina Volontà; quando l’anima constata il trionfo del disegno di Dio sulla propria radicale impotenza, sperimenta una letizia divina che si riverbera su tutta la creazione. Questa festa dello spirito, tuttavia, esige immediatamente una purificazione radicale degli affetti e delle strutture relazionali ereditate dal passato. Il banchetto per lo svezzamento di Isacco diviene il catalizzatore di una rottura teologica inevitabile quando Ismaele, il figlio nato da Agar la schiava egiziana, viene sorpreso a scherzare e a insidiare il primogenito della promessa. La reazione perentoria di Sara, che chiede l'espulsione della schiava e di suo figlio, lungi dal configurarsi come un mero moto di gelosia o di crudeltà familiare, esprime l'assoluta incompatibilità tra il regime della volontà propria e quello della Volontà Divina. Ismaele è l’emblema delle opere nate dallo stratagemma umano, dall'impazienza della carne che cerca di anticipare i tempi della Grazia con i mezzi del proprio calcolo razionale. Nel Regno del *Fiat* non vi può essere coabitazione né coeredità tra la stirpe della schiavitù e la stirpe della libertà; tutto ciò che trae origine dall'iniziativa dell'uomo isolato deve essere reciso e allontanato, affinché l'eredità divina resti integra, pura e non contaminata da rivendicazioni egoistiche.
Il dramma dell’allontanamento nel deserto di Bersabea sposta la riflessione sulla pedagogia della Divina Volontà nei confronti di chi si trova ancora sotto il giogo della legge umana. L'esaurimento dell'acqua nell'orcio di Agar e il suo gesto disperato di abbandonare il fanciullo sotto un cespuglio per non vederlo morire simboleggiano il fallimento strutturale di tutte le risorse puramente umane. Quando l'orcio della volontà propria si prosciuga, l'uomo sperimenta l'angoscia della morte e l'assoluta cecità spirituale. L'intervento dell'angelo di Dio, che ascolta il grido del fanciullo dal luogo in cui si trova, non si limita a un soccorso esteriore, ma si realizza nell'atto teofanico di aprire gli occhi della donna. Agar non riceve una sorgente creata istantaneamente dal nulla, ma viene resa capace di vedere un pozzo d'acqua viva che era già presente nel deserto, ma che la sua disperazione e la sua natura di schiava le impedivano di scorgere. Questo dettaglio illumina la dottrina della presenza reale e preveniente della Divina Volontà, la quale circonda costantemente la creatura come un oceano di grazia e di vita; non è Dio a essere assente nel deserto dell'esistenza, ma è la volontà umana che, ripiegata sul proprio dolore e sui propri limiti, necessita di una guarigione della vista interiore per attingere alle fonti della salvezza.
Il capitolo trova il suo coronamento nell'alleanza politica e cultuale stipulata a Bersabea tra Abramo e il re Abimelech, accompagnato dal capo del suo esercito, Picol. La richiesta del monarca filisteo di stringere un patto di non aggressione nasce dalla constatazione empirica che Dio è con il Patriarca in ogni sua impresa. Chi vive e opera stabilmente nella Divina Volontà acquista una regalità interiore e una maestà tali da imporsi spontaneamente anche a coloro che non ne condividono la fede; l'armonia del *Fiat* si proietta all'esterno come una forza pacificatrice capace di ordinare i rapporti sociali e di sottomettere le potenze della terra. Il dono delle sette agnelle da parte di Abramo, come testimonianza della sua legittima proprietà del pozzo, rappresenta l'offerta perfetta dei sette doni dello Spirito Santo che l'anima restituisce al Creatore per consacrare l'origine della Grazia. La piantagione del tamerice a Bersabea e la solenne invocazione del nome del Signore, Dio eterno, non sono semplicemente atti rituali di chiusura, ma la piantazione stabile della vita divina nella terra dell'uomo. Bersabea diviene così il Pozzo del Giuramento e della Pienezza, il luogo teologico in cui la terra, purificata dalle scorie del volere proprio e pacificata attraverso l'ordine della giustizia, ritorna a essere il giardino in cui l'uomo vive in perfetta, incessante e feconda comunione con l'Eterno.
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