Genesi Capitolo 27 alla Luce della Divina Volontà

Il ventisettesimo capitolo della Genesi si dispiega come uno dei passaggi più complessi e drammatici della storia patriarcale, svelando come la trama della Divina Volontà si compia infallibilmente attraversando i vicoli ciechi, gli inganni e le cecità delle debolezze umane. Negli scritti dettati a Luisa Piccarreta viene costantemente messo in luce che il disegno del "Fiat" eterno non può essere arrestato dalle preferenze carnali dell'uomo o dalle sue macchinazioni, ma si serve persino dei limiti creaturali per deviare il corso della storia verso la vera linea dell'elezione spirituale. La narrazione si apre con un Isacco vecchio e dagli occhi così offuscati da non poter più vedere, il quale avverte l'approssimarsi della morte e chiama il primogenito Esaù per affidargli una missione: cacciare della selvaggina e preparargli un piatto gustoso, affinché la sua anima possa benedirlo prima di morire. Sotto il profilo della spiritualità del Divino Volere,

la cecità fisica di Isacco riflette qui una temporanea opacità dello spirito,

una debolezza della natura che si lascia guidare dalle simpatie umane e dal gusto sensibile per la cacciagione, pretendendo di conferire la benedizione regale

— che comportava la trasmissione del canale della Grazia e della promessa messianica — a Esaù,

l'uomo della carne, che aveva già svenduto con disprezzo la propria primogenitura.

L'intervento di Rebecca,

che ascolta il dialogo e organizza immediatamente lo stratagemma per far benedire il figlio minore Giacobbe, introduce l'aspro contrasto tra l'intuizione profetica della grazia e la scaltrezza dei mezzi umani.

Rebecca sa, per rivelazione divina ricevuta durante la gravidanza, che il maggiore servirà il minore,

e comprende che la linea del "Fiat" deve passare per Giacobbe, l'uomo integro che abita sotto le tende. Tuttavia, anziché attendere con pura fede che la Provvidenza agisca con le proprie forze celesti,

ella ricorre all'astuzia della volontà propria,

rivestendo Giacobbe con gli abiti migliori di Esaù,

e coprendogli le mani e il collo con le pelli dei capretti per ingannare il tatto del padre.

Questo nucleo drammatico mette a nudo una grande verità del cammino interiore: la natura umana,

anche quando persegue un fine oggettivamente santo e conforme al volere di Dio,

se si stacca dal flusso dell'Atto Unico del "Fiat" per agire di testa propria, produce inganno,

paura del castigo — come confessa Giacobbe temendo di attirarsi una maledizione anziché una benedizione — e dolorose fratture relazionali.

Il momento dell'incontro tra Giacobbe camuffato e il padre cieco tocca vette di straordinaria intensità teologica. Isacco sperimenta una profonda esitazione interiore, avvertendo la discrepanza tra i sensi,

formulando la celebre sentenza secondo cui la voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani di Esaù. Nonostante il dubbio, Isacco mangia la cacciagione e, avvicinando il figlio per baciarlo,

viene conquistato dall'odore delle sue vesti,

un profumo che egli paragona all'odore di un campo profumato che il Signore ha benedetto.

Nella mistica della Divina Volontà, questo dettaglio svela che Isacco,

al di là dell'inganno formale della sua mente e dei suoi sensi,

nel profondo dello spirito riconosce e ratifica il profumo della vera promessa.

Gli abiti di Esaù indossati da Giacobbe simboleggiano il rivestimento di cui l'umanità nuova ha bisogno,

per recuperare i diritti perduti:

Giacobbe riceve la benedizione della rugiada del cielo e della pinguedine della terra,

e la signoria assoluta sui fratelli e sulle nazioni, perché incarna la figura del secondo Adamo,

l'anima che custodirà il deposito della santità divina.

Il successivo ritorno di Esaù dai campi e lo sconvolgimento di Isacco nel rendersi conto di essere stato raggirato,

manifestano l'irrevocabilità dei decreti della Divina Volontà.

Il testo sottolinea che Isacco fu colto da un brivido fortissimo,

e dichiarò perentoriamente che colui che era venuto era ormai benedetto e tale sarebbe rimasto.

Quando la Volontà Divina si esprime attraverso l'autorità patriarcale,

l'atto entra nell'eternità e non può essere ritrattato da alcun ripensamento umano.

Il pianto dirottato e amaro di Esaù,

che accusa il fratello di averlo soppiantato due volte usurpando prima la primogenitura e ora la benedizione, mette a nudo l'inutile disperazione del volere proprio.

Esaù piange la perdita dei benefici materiali della benedizione, ma non ne comprende il valore spirituale;

la sua è la disperazione dell'orgoglio ferito,

non il pentimento dell'anima che riconosce di aver disprezzato i beni del Creatore.

La "benedizione" residuale che Isacco gli concede — una dimora lontana dalle terre grasse,

e una vita fondata sulla spada e sul servizio al fratello — fotografa la condizione dell'umanità decaduta che, vivendo della propria volontà isolata, si condanna alla fatica,

al conflitto e alla sottomissione all'ordine superiore dello Spirito.

Il capitolo si avvia alla conclusione con l'esplosione dell'odio di Esaù,

il quale decide nel suo cuore di uccidere Giacobbe non appena saranno trascorsi i giorni del lutto per il padre. Questo proposito omicida è la reazione tipica della volontà umana ribelle, la quale,

non sopportando la sovranità della Grazia, cerca di distruggere l'anima eletta attraverso la violenza.

Ancora una volta, la prudenza profetica di Rebecca interviene per salvare il canale della promessa,

esortando Giacobbe a fuggire a Carran presso suo fratello Labano, finché l'ira di Esaù non si sia placata.

Nel giustificare questa partenza davanti a Isacco,

Rebecca esprime tutta la sua amarezza per le donne ittite sposate da Esaù,

affermando che la sua stessa vita non avrebbe più valore se anche Giacobbe prendesse in moglie una donna del paese.

Il capitolo si chiude così con l'allontanamento di Giacobbe,

un esilio che si trasforma in un cammino pasquale di purificazione:

l'anima eletta deve staccarsi persino dalla casa paterna,

e attraversare il deserto della prova per espiare le scorie dell'inganno umano con cui ha affrettato il disegno divino,

affinché, interamente purificata nell'obbedienza,

possa ritornare un giorno a possedere la terra e a far fiorire in pienezza il Regno della Divina Volontà.

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