Genesi Capitolo 28 alla Luce della Divina Volontà
Il ventottesimo capitolo della Genesi segna lo snodo fondamentale in cui la promessa patriarcale si sposta definitivamente da Isacco a Giacobbe, rivelando come la Divina Volontà non si limiti a confermare l'elezione dell'anima, ma si faccia carico del suo cammino, trasformando l'esilio umano in un pellegrinaggio teofanico di rifondazione interiore. Negli scritti dettati a Luisa Piccarreta, il viaggio nel deserto e la visione della scala mistica rappresentano plasticamente la ricostituzione del canale di comunicazione tra la terra e il cielo, quell'unione intima tra l'umano e il divino che era stata spezzata dal peccato originale e che solo il flusso del *Fiat* può restaurare. La narrazione prende le mosse dal momento in cui Isacco convoca Giacobbe, lo benedice e gli impone il comando assoluto di non prendere moglie tra le figlie di Canaan, ordinandogli di recarsi a Paddan-Aram, nella casa di Betuel, per scegliere una sposa tra le figlie dello zio Labano. Nel congedarlo, Isacco pronuncia su di lui la solenne benedizione di Dio Onnipotente, invocando affinché il figlio cresca, si moltiplichi e divenga un'assemblea di popoli, ereditando la terra in cui è forestiero, già promessa ad Abramo. Sotto il profilo della spiritualità del Divino Volere, questo secondo invio, privo stavolta di ombre o inganni, costituisce la ratifica cosciente del disegno celeste: Isacco comprende che Giacobbe è il legittimo depositario del canale della Grazia e lo riveste dell'autorità necessaria per andare a fondare la stirpe regale, preservandone la purezza dall'idolatria del volere umano che domina le popolazioni cananee.
La reazione di Esaù davanti a questa nuova benedizione mette ulteriormente a nudo la sterilità delle logiche della carne. Constatando che le figlie di Canaan erano sgradite agli occhi di suo padre, Esaù tenta di rimediare alla propria esclusione spirituale attraverso un calcolo puramente esteriore, recandosi da Ismaele e prendendone in moglie la figlia Mahalat. Questo tentativo goffo di compiacere i genitori dimostra l'incapacità cronica della volontà propria di comprendere la profondità dei decreti divini; l'uomo vecchio pensa di poter comprare la benedizione o di sanare il disordine interiore sommando atti umani ad altri atti umani, senza accorgersi che l'alleanza con il *Fiat* esige un cambiamento ontologico del cuore e una sottomissione totale, non semplici aggiustamenti di facciata.
Mentre Esaù si muove nei confini della sua logica mondana, Giacobbe lascia Bersabea e si dirige verso Carran, addentrandosi nella solitudine del deserto. Sorpreso dal tramonto del sole, il viandante si ferma in un luogo indeterminato per passarvi la notte, prende una delle pietre del luogo, se la pone come guanciale e si corica. Questo sonno profondo sulla nuda pietra simboleggia lo stato di perfetto abbandono e di spogliamento interiore che l'anima eletta deve sperimentare per accedere alle rivelazioni del cielo. Quando la volontà umana si mette a riposo, tace e accetta la povertà della terra, la Divina Volontà apre gli occhi dello spirito attraverso il mistero del sogno profetico. Giacobbe vede una scala che poggia sulla terra, mentre la sua cima raggiunge il cielo, e su di essa gli angeli di Dio salgono e scendono, mentre il Signore in persona sta al di sopra di essa. Nella mistica del *Fiat*, questa scala è la figura profetica del Divino Volere stesso, l'unica via e l'unico mezzo che unisce l'infinito con il finito. Gli angeli che salgono e scendono incarnano gli atti delle creature che, compiuti nell'ordine del Volere Divino, salgono al trono dell'Eterno come adorazione perfetta e ne ridiscendono carichi di benedizioni, grazie e vita divina per l'umanità intera. La scala è anche l'annuncio della futura Incarnazione del Verbo e del ritorno del Regno sulla terra, dove la frattura tra Creatore e creatura viene colmata dall'Atto Unico di Dio.
Dall'alto della scala, il Signore si rivela a Giacobbe non come un giudice temibile, ma come il Dio di Abramo e di Isacco, legando la sua fedeltà al passato e proiettandola verso un futuro immenso. Dio promette a Giacobbe la terra sulla quale è coricato, assicura che la sua discendenza sarà numerosa come la polvere della terra e si estenderà a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno, e che in lui e nella sua stirpe saranno benedette tutte le famiglie della terra. Il culmine della promessa è racchiuso nella dichiarazione di assistenza perpetua con cui il Signore garantisce che sarà con lui, lo proteggerà ovunque andrà, lo ricondurrà in quella terra e non lo abbandonerà mai finché non avrà adempiuto tutto ciò che ha promesso. Questa promessa incondizionata evidenzia la natura dell'azione del *Fiat* quando prende possesso di un'anima: essa si fa carico della sua intera esistenza, trasformando la debolezza umana in uno strumento invincibile e garantendo il trionfo del disegno divino nonostante i pericoli del mondo e le fatiche del cammino.
Al risveglio dal sonno, Giacobbe è pervaso da un santo timore e da una profonda reverenza spirituale, esclamando che il Signore è veramente in quel luogo e che egli non lo sapeva, definendo quello spazio come la casa di Dio e la porta del cielo. Questa transizione dalla totale ignoranza della presenza divina alla pienezza della consapevolezza descrive l'esperienza dell'anima che, entrando nel Regno del *Fiat*, scopre che ogni angolo della creazione e ogni istante della vita ordinaria sono impregnati della maestà e dell'Amore del Creatore. Alzatosi di buon mattino, Giacobbe prende la pietra che aveva posto come guanciale, la erige come una stele e versa olio sulla sua sommità, consacrandola per l'eternità e cambiando il nome di quella località da Luz a Betel, che significa Casa di Dio. L'atto di ungere la pietra con l'olio esprime la consacrazione degli atti umani operata dalla Grazia: la dura roccia della vita terrena e del sacrificio, quando viene unta dall'amore dello Spirito, si trasforma in un altare vivente, un punto di riferimento incrollabile per la comunione tra l'uomo e Dio.
Il capitolo si avvia alla conclusione con il voto solenne pronunciato da Giacobbe, un impegno formale che suggella la sua risposta all'alleanza. Egli promette che se il Signore sarà con lui, lo proteggerà nel viaggio, gli darà pane da mangiare e vesti per coprirsi, e lo farà ritornare in pace alla casa paterna, allora il Signore sarà il suo Dio, la stele eretta diventerà una casa divina e di quanto riceverà offrirà fedelmente la decima all'Altissimo. Sebbene questa preghiera mantenga ancora i tratti di una contrattazione tipica dell'infanzia spirituale dell'umanità, alla luce della Divina Volontà essa manifesta l'adesione iniziale della creatura che riconosce la propria totale dipendenza dal Creatore. Giacobbe non chiede ricchezze o trionfi umani, ma la pura sussistenza e la pace del ritorno, offrendo in cambio il riconoscimento della sovranità di Dio e la restituzione dei beni ricevuti attraverso l'offerta della decima. Con questo patto d'amore e di dipendenza totale, Giacobbe si rimette in cammino con passo spedito verso le terre d'oriente, non più come un fuggiasco solitario oppresso dalla paura, ma come il portatore consacrato del *Fiat*, pronto ad affrontare le prove dell'esilio per preparare la nascita del popolo dell'alleanza.
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