Genesi Capitolo 30 alla Luce della Divina Volontà
Il trentesimo capitolo della Genesi prosegue la narrazione delle vicende di Giacobbe a Paddan-Aram, focalizzandosi sulla serrata competizione feconda tra le sue spose e sul successivo accordo economico con Labano. Alla luce della Divina Volontà, questo testo svela come il disegno eterno del Creatore si faccia strada attraverso le passioni, le gelosie e gli stratagemmi umani, ordinando anche le tensioni della carne e l'astuzia terrena per l'edificazione del popolo eletto e per la manifestazione della giustizia divina. Negli scritti dettati a Luisa Piccarreta viene costantemente ricordato che, quando l'uomo non vive interamente nel flusso perfetto del "Fiat", le sue azioni rimangono frammentate e appesantite dalle scorie dell'io; ciononostante, la Volontà Divina, nella sua onnipotenza previdente, non si lascia arrestare, ma piega ogni dinamica creaturale per compiere le sue promesse di sovrabbondanza e restaurazione.
La prima metà del capitolo esamina la drammatica rivalità nuziale tra Rachele e Lia. Rachele, vedendo che non le è concesso di dare figli a Giacobbe, diventa gelosa della sorella ed esprime la sua disperazione al marito, chiedendogli di darle dei figli o minacciando di morire. La fiammata d'ira di Giacobbe, il quale le risponde domandando se egli si trovi al posto di Dio che le ha negato la fecondità del grembo, isola la verità centrale della teologia della vita: la fecondità non appartiene alle forze della natura umana né alla pretesa del volere proprio, ma è un dono esclusivo che scaturisce dall'Atto Creatore. Per aggirare la propria sterilità, Rachele ricorre allora al costume legale del tempo, offrendo a Giacobbe la sua schiava Bila affinché generi sulle sue ginocchia. Bila concepisce e dà alla luce due figli, Dan e Neftali; nei nomi scelti da Rachele si riflette la mentalità della lotta umana, interpretando queste nascite come un giudizio divino a suo favore e come il trionfo nelle sue personali ritorsioni contro la sorella. Di fronte a questa mossa, Lia, che aveva temporaneamente cessato di generare, adotta la medesima strategia offrendo a sua volta a Giacobbe la propria schiava Zilpa, la quale partorisce Gad e Aser, nomi che celebrano la buona sorte e la felicità terrena.
Questo concitato moltiplicarsi della discendenza attraverso le schiave illustra, nella prospettiva del Divino Volere, il modo in cui l'umanità tenta di affrettare o propiziare i piani di Dio usando i mezzi della propria volontà isolata, introducendo nel nucleo familiare frammentazione e competizione. La tensione tocca il culmine nell'episodio delle mandragole, raccolte dal piccolo Ruben nei campi durante la mietitura del grano. Rachele, attratta dalle proprietà che la mentalità comune attribuiva a quei frutti in ordine alla fecondità, ne chiede a Lia, la quale le rimprovera aspramente di averle già sottratto il marito e di volerle ora togliere anche le mandragole del figlio. Il successivo baratto nuziale — con Rachele che cede a Lia il diritto di passare la notte con Giacobbe in cambio dei frutti — mostra l'estremo abbassamento a cui si riducono le spose quando si muovono all'interno di una logica puramente umana di possesso e di calcolo. Tuttavia, persino dentro questo patto profano, il Signore interviene ascoltando Lia, la quale concepisce nuovamente e partorisce il quinto figlio, Issakar, da lei interpretato come il salario per aver ceduto la sua schiava, seguito poi dal sesto figlio, Zabulon, e infine dalla figlia Dina.
La svolta teologica della vicenda avviene quando Dio si ricorda anche di Rachele, esaudisce la sua preghiera e apre il suo grembo. La nascita di Giuseppe, il cui nome esprime la duplice speranza del disonore tolto e dell'aggiunta di un nuovo figlio, rappresenta l'irruzione della pura Grazia che giunge quando l'anima, consumata dall'attesa e spogliata della presunzione di farcela da sola, si rimette totalmente alla misericordia dell'Altissimo. Giuseppe non nasce dalle mandragole o dalle astuzie umane, ma dall'Atto preveniente della Divina Volontà, configurandosi fin dal principio come la figura profetica del Salvatore che curerà le piaghe della sua famiglia e provvederà al sostentamento del popolo intero.
Con la nascita di Giuseppe, Giacobbe avverte che il ciclo del suo tirocinio a Paddan-Aram è compiuto e chiede a Labano di lasciarlo partire per tornare alla sua terra e al suo paese, insieme alle mogli e ai figli per i quali lo ha servito. Labano, riconoscendo apertamente che il Signore lo ha benedetto a causa della presenza di Giacobbe, lo prega di rimanere e gli propone di fissare un nuovo salario. Nella risposta del Patriarca, che ricorda allo zio la povertà della sua condizione iniziale e l'immensa ricchezza che il Signore gli ha concesso grazie al suo lavoro instancabile, emerge lo statuto dell'anima che opera nell'ordine divino: ovunque essa posi il piede o presti il suo braccio, la benedizione del "Fiat" si riversa sulle realtà terrene, trasformando la scarsità in sovrabbondanza.
L'accordo finale prevede che il salario di Giacobbe sia costituito da tutte le pecore e le capre che nasceranno striate, picchiettate o nere, un gruppo che per natura rappresentava l'eccezione e la minoranza all'interno del gregge. Labano, fedele alla sua indole ingannevole, tenta immediatamente di vanificare l'accordo separando in quello stesso giorno tutti i maschi e le femmine che presentavano quelle caratteristiche e affidandoli ai propri figli, ponendo una distanza di tre giorni di cammino tra sé e il nipote per impedire accoppiamenti favorevoli. Davanti a questa ennesima ingiustizia del volere umano, Giacobbe non ricorre alla protesta o alla forza, ma risponde applicando una tecnica empirica basata sulla suggestione visiva: prende ramoscelli freschi di pioppo, mandorlo e platano, ne intaglia la corteccia mettendo a nudo il bianco, e li colloca nei canali dell'acqua dove le bestie venivano a bere e ad accoppiarsi. In questo modo, le pecore e le capre concepiscono davanti ai ramoscelli e partoriscono piccoli striati, picchiettati e macchiati. Inoltre, Giacobbe applica questo stratagemma solo quando si accoppiano le bestie robuste, lasciando che quelle deboli si accoppino senza ramoscelli, col risultato che le bestie deboli rimangono a Labano e quelle robuste diventano di Giacobbe.
Sotto il profilo della spiritualità della Divina Volontà, questo spettacolare arricchimento di Giacobbe, che arriva a possedere greggi immensi, schiavi, schiave, cammelli e asini, non deve essere interpretato come l'esaltazione della scaltrezza o della magia simpatica, ma come la restaurazione della giustizia operata dal "Fiat". La natura creata obbedisce all'anima del giusto che agisce in unione con Dio, e risponde ai suoi atti invertendo le leggi ordinarie per restituirgli ciò che l'astuzia dei malvagi gli aveva sottratto. I ramoscelli intagliati e messi a nudo nella loro purezza interna simboleggiano l'azione dell'anima che spoglia i propri atti dalle apparenze umane per esporli alla luce specchiante del Volere Divino; l'acqua in cui si riflettono le venature bianche rappresenta la corrente della Grazia che feconda ogni intenzione retta. La ricchezza immensa accumulate dal Patriarca a scapito dell'avido Labano dimostra visibilmente come, alla fine dell'esilio spirituale, la volontà propria resti svuotata della sua forza e della sua finta stabilità, mentre l'umanità che ha accettato il silenzio, il servizio e l'obbedienza nel deserto viene rivestita della regalità della creazione, rientrando in possesso di tutti i beni che il Padre ha preparato per i figli che scelgono di vivere nel suo eterno e santissimo Volere.
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