Genesi Capitolo 35 alla Luce della Divina Volontà

 

Il trentacinquesimo capitolo della Genesi rappresenta il momento della solenne rifondazione cultuale e spirituale della famiglia di Giacobbe, segnato dal ritorno a Betel, dal definitivo superamento delle scorie del passato pagano e dal compimento di dolorosi transiti generazionali. Alla luce della teologia della Divina Volontà, questo testo illustra il cammino di totale purificazione che l'Altissimo esige dall'anima eletta dopo le drammatiche deviazioni causate dalle passioni umane nel territorio di Sichem, mostrando come il rinnovamento dell'alleanza richieda l'eliminazione radicale di tutto ciò che appartiene al volere proprio.


La narrazione prende le mosse dall'ordine diretto di Dio, che comanda a Giacobbe di alzarsi, salire a Betel, stabilirsi in quel luogo ed edificarvi un altare al Dio che gli era apparso quando fuggiva davanti al fratello Esaù. Questo comando costituisce un richiamo all'origine della Grazia: l'anima scossa dalle tempeste storiche viene ricondotta dal *Fiat* divino al luogo del primo amore e della promessa originaria. La risposta di Giacobbe è immediata e perentoria; egli ordina alla sua famiglia e a quanti sono con lui di eliminare tutti gli dèi stranieri che si trovano in mezzo a loro, di purificarsi e di cambiare i propri abiti. Sotto il profilo dogmatico e spirituale, questo invito descrive la vera conversione: per accedere all'altare dell'Onnipotente, la creatura deve spogliarsi dei falsi idoli della terra, ossia degli attaccamenti egoistici e delle sicurezze umane, e rivestirsi delle vesti candide della grazia. Il popolo consegna a Giacobbe tutti gli dèi stranieri in loro possesso e i pendenti che portavano alle orecchie, e il Patriarca sotterra ogni cosa sotto il terebinto vicino a Sichem, sigillando per sempre la morte del passato.


Il viaggio della famiglia patriarcale verso Betel è protetto dall'azione della Grazia preveniente: la Scrittura nota che un terrore divino si abbatté sulle città circostanti, impedendo ai popoli della regione di inseguire i figli di Giacobbe. Quando l'anima obbedisce fedelmente al comando di Dio e purifica il proprio spazio interiore, la Volontà Divina neutralizza le minacce esterne, stendendo un velo di protezione assoluta sulla sua marcia. Giunto a Luz, ossia Betel, nella terra di Canaan, Giacobbe edifica l'altare e chiama quel luogo El-Betel, il Dio di Betel, commemorando la teofania ricevuta durante l'esilio. In questo contesto di restaurazione spirituale si inserisce la morte di Debora, la nutrice di Rebecca, che viene sepolta ai piedi di Betel, sotto la quercia che riceve il nome di Quercia del Pianto, a testimonianza del progressivo sfoltimento dei legami carnali legati all'infanzia della stirpe.


Dio appare nuovamente a Giacobbe dopo il suo ritorno da Paddan-Aram, lo benedice e ratifica solennemente il mutamento del suo nome, dichiarando che non si chiamerà più Giacobbe, ma il suo nome sarà Israele. Questa riaffermazione solenne dimostra l'immutabilità dei decreti divini: nonostante le debolezze e i drammi umani vissuti a Sichem, l'Atto Unico del Creatore non indietreggia e conferma l'identità dell'uomo nuovo. Rivelandosi come Dio Onnipotente, il Signore comanda a Israele di essere fecondo e di moltiplicarsi, promettendo che da lui nascerà una nazione, anzi un'assemblea di popoli, e che re usciranno dai suoi fianchi, trasmettendogli la proprietà stabile della terra già concessa ad Abramo e a Isacco. Israele risponde erigendo una stele di pietra nel luogo in cui Dio gli aveva parlato, compiendo un solenne rito liturgico con una libagione di vino e un'unzione di olio, e confermando il nome sacro di Betel.


Il cammino riprende verso Efrata, ma prima di giungervi, il testo introduce l'evento doloroso e glorioso del parto di Rachele. Durante un travaglio faticoso e drammatico, la levatrice la rassicura annunciandole la nascita di un altro figlio maschio. Mentre la sua anima sta per esalare e prima di morire, Rachele chiama il neonato Ben-Oni, che significa figlio del mio dolore, ma il padre lo chiama Beniamino, ovvero figlio della mano destra. Nella prospettiva della spiritualità del Divino Volere, questo parto luminoso consumato nella morte rappresenta il mistero del sacrificio supremo: Rachele, l'incarnazione dell'amore ideale e della bellezza, si spegne nel dare la vita all'ultimo dei patriarchi, completando il numero mistico delle dodici tribù. Il cambio del nome operato da Israele trasforma la prospettiva del dolore umano nella certezza della forza divina: ciò che nasce nel pianto della natura diventa lo strumento della potenza della destra di Dio. Rachele viene sepolta lungo la strada di Efrata, ossia Betlemme, e Israele erige sulla sua tomba una stele che rimarrà come monumento perenne della memoria nuziale.


Dopo aver piantato la sua tenda oltre Migdal-Eder, Israele deve subire un ulteriore, gravissimo oltraggio familiare: il primogenito Ruben si unisce a Bila, concubina del padre, e Israele ne viene a conoscenza. Sotto il profilo della teologia morale, questo profondo disordine manifesta l'insorgere ribelle della carne contro l'ordine patriarcale, un atto che costerà a Ruben la perdita dei diritti di primogenitura. Nonostante questa ferita, il testo ribadisce la stabilità del disegno divino elencando con precisione i dodici figli di Giacobbe, suddivisi secondo le madri, presentandoli come la struttura portante del futuro popolo dell'alleanza.


Il capitolo si avvia alla conclusione con il ritorno definitivo di Giacobbe a Mamre, presso Quiriat-Arba, ossia Ebron, dove avevano soggiornato Abramo e Isacco. Questo ricongiungimento con il padre rappresenta il compimento perfetto del cerchio del pellegrinaggio. Isacco muore all'età di centottant'anni, vecchio e sazio di giorni, e viene riunito ai suoi antenati, venendo sepolto dai suoi figli Esaù e Giacobbe. Questa sepoltura comune, che vede i due fratelli uniti nel cordoglio davanti alla tomba del padre, celebra il trionfo pacificatore della Divina Volontà: le antiche rivalità della carne sono interamente superate e placate all'ombra dell'autorità patriarcale. La morte di Isacco sigilla un'intera epoca della storia della salvezza, lasciando che Israele rimanga l'unico e definitivo custode del canale della Grazia nella terra della promessa, pronto a guidare la discendenza verso le future tappe del disegno eterno.

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