Genesi Capitolo 37 alla Luce della Divina Volontà

 

Il trentasettesimo capitolo della Genesi apre la grande e drammatica saga di Giuseppe, un racconto teologicamente denso che illustra in modo perfetto come la Divina Volontà conduca i suoi disegni di salvezza attraverso i tortuosi sentieri della debolezza umana, dell'invidia e del dolore. Nella prospettiva del Divino Volere, la figura di Giuseppe si staglia come un'altissima e limpida profezia del Verbo Incarnato: egli incarna l'anima eletta che, per l'assoluta fedeltà alla luce interiore del Fiat, viene rifiutata dai propri fratelli e venduta al mondo, trasformando l'ingiustizia subita nel canale definitivo per la redenzione e il sostentamento della sua stessa famiglia.


La narrazione esordisce mostrando Giacobbe stabilito nella terra di Canaan, dove suo padre era stato forestiero. Il fulcro del racconto si sposta immediatamente sul giovane Giuseppe che, all'età di diciassette anni, pascola il gregge insieme ai figli di Bila e di Zilpa, le concubine di suo padre, e riferisce a Giacobbe i loro cattivi comportamenti. Sotto il profilo della teologia dogmatica, questo inizio evidenzia la nativa rettitudine dell'anima che dimora nell'ordine divino: Giuseppe non tollera la corruzione e il disordine del volere proprio che si manifesta nei fratelli, ma cerca la verità e l'ordine paterno. L'amore prediletto di Israele per Giuseppe, motivato dal fatto che era il figlio della sua vecchiaia, si concretizza nel dono di una tunica dalle lunghe maniche, un abito regale e sacerdotale che scatena l'odio e l'invidia insanabile dei fratelli, al punto da rendere loro impossibile rivolgergli una parola pacifica. Questa tunica simboleggia le vesti candide della Grazia e della primogenitura divina di cui l'anima che vive nel Fiat viene rivestita dal Padre, destando inevitabilmente l'ostilità della natura umana ribelle.


La tensione interiore viene esasperata dal racconto dei due sogni profetici di Giuseppe. Nel primo sogno egli vede i fratelli legare manipoli in mezzo al campo, e il suo manipolo si alza dritto mentre quelli dei fratelli si prostrano attorno al suo; nel secondo sogno, il sole, la luna e undici stelle si prostrano davanti a lui. La reazione rabbiosa dei fratelli, che intravedono in queste visioni una pretesa di assoluta sovranità, e il severo ma meditativo rimprovero di Giacobbe, il quale custodisce tuttavia la cosa nel suo cuore, mettono in luce lo statuto delle rivelazioni del Divino Volere. I sogni di Giuseppe non sono il frutto di un'ambizione o di un orgoglio umano isolato, bensì il decreto eterno del Fiat che annuncia anticipatamente la signoria dello Spirito sulla carne; l'uomo vecchio non tollera che la sovranità divina si manifesti attraverso il più piccolo dei fratelli, cercando di contrastare con ogni mezzo il disegno divino.


L'occasione per il drammatico compimento della vicenda si presenta quando Israele invia Giuseppe da Ebron verso Sichem per informarsi della salute dei fratelli e del gregge. Il cammino di Giuseppe, che si smarrisce nei campi e viene reindirizzato da un uomo misterioso verso Dotan, descrive plasticamente l'andatura dell'anima inviata dal Padre: Giuseppe cammina nell'obbedienza pura, affrontando la solitudine e il pericolo pur di compiere la volontà paterna. Al vederlo giungere da lontano, prima che sia vicino, i fratelli complottano di ucciderlo, definendolo con disprezzo come il signore dei sogni e progettando di gettarlo in una cisterna per poi dichiarare che una bestia feroce lo ha divorato, così da vedere che fine avrebbero fatto i suoi sogni. Questo proposito omicida rivela la tragica cecità del volere proprio, il quale si illude scioccamente di poter cancellare i decreti dell'Altissimo distruggendo lo strumento eletto.


L'intervento protettivo di Ruben, il quale propone di non spargere il sangue ma di gettarlo vivo nella cisterna deserta del deserto, pensando segretamente di sottrarlo alle loro mani per ricondurlo al padre, manifesta l'azione della Grazia che argina la violenza bruta. Non appena Giuseppe raggiunge i fratelli, essi lo spogliano della sua tunica dalle lunghe maniche e lo gettano nella cisterna vuota, priva d'acqua. Questo spogliamento e la discesa nella cisterna rappresentano la dolorosa purificazione e l'apparente sconfitta del giusto, privato di ogni difesa visibile e abbandonato all'oscurità del mondo. Successivamente, mentre i fratelli consumano un pasto con assoluta insensibilità morale, scorgono una carovana di Ismaeliti proveniente da Galaad, i cui cammelli erano carichi di resina, balsamo e laudano, diretti in Egitto. Giuda coglie l'occasione per proporre un profitto commerciale anziché un delitto infruttuoso, esortandoli a vendere il fratello ai mercanti, poiché egli è pur sempre la loro carne.


Giuseppe viene così tirato fuori dalla cisterna e venduto ai Madianiti per venti pezzi d'argento, e questi lo conducono in Egitto. Il valore del riscatto e la vendita ai pagani richiamano esplicitamente il tradimento supremo subito dal Redentore. Il successivo ritorno di Ruben alla cisterna e la sua disperazione nel trovarla vuota mostrano il fallimento dei piani basati sulla pura diplomazia umana. Per nascondere l'infamia, i fratelli sgozzano un capro, intingono la tunica di Giuseppe nel sangue e la inviano a Giacobbe, chiedendogli di riconoscere se sia o meno la tunica di suo figlio. Il riconoscimento straziante di Giacobbe, il quale conclude che una bestia feroce ha divorato Giuseppe e si lacera le vesti, coprendosi di sacco e rifiutando ogni consolazione da parte dei figli e delle figlie nel suo pianto interrotto verso gli inferi, descrive il culmine del dolore paterno causato dalla menzogna umana. Il capitolo si chiude con l'annotazione che in Egitto i Madianiti vendettero Giuseppe a Potifar, consigliere del faraone e capo delle guardie. Con questo apparente trionfo dell'ingiustizia, la Divina Volontà ha in realtà aperto le porte dell'esilio egiziano: il volere umano crede di aver eliminato il giusto e i suoi sogni, ma il Fiat sovrano ha piantato lo strumento della salvezza nel cuore dell'impero pagano, disponendo ogni cosa affinché l'oscurità della prigione prepari la gloria del futuro viceré e il riscatto finale del popolo dell'alleanza.

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