Genesi Capitolo 38 alla Luce della Divina Volontà
Il trentottesimo capitolo della Genesi si inserisce come una parentesi apparentemente brusca e sconcertante all'interno della storia di Giuseppe, focalizzandosi interamente sulle vicende morali e generazionali di Giuda, quarto figlio di Giacobbe. Alla luce della teologia della Divina Volontà, questo testo rivela uno dei misteri più profondi della Grazia preveniente: il modo in cui il *Fiat* divino, pur di non arrestare il cammino della promessa messianica, attraversa i vicoli ciechi del disordine etico, della debolezza morale e delle usanze umane per purificare e fecondare il canale regale da cui nascerà il Salvatore.
La narrazione prende le mosse dal distacco di Giuda dai suoi fratelli per stabilirsi presso un uomo di Adullam di nome Cira. In questo allontanamento dal nucleo familiare si manifesta la vulnerabilità dell'anima che si espone alle influenze del mondo pagano. Giuda sposa la figlia di un Cananeo di nome Sua, dalla quale genera tre figli: Er, Onan e Sela. Sotto il profilo della teologia dogmatica, questa unione evidenzia l'insidia del volere proprio, che cerca alleanze carnali al di fuori della stirpe della promessa. La punizione divina che colpisce Er, primogenito di Giuda, descritto come malvagio agli occhi del Signore, e la successiva morte del secondogenito Onan — il quale pecca contro il dovere della legge del levirato rifiutando di dare una discendenza al fratello defunto con la sposa Tamar — mostrano la severità con cui la Divina Volontà recide i rami secchi che ostacolano il flusso della vita santa. L'egoismo di Onan, che disperde il seme per non dare la discendenza al fratello, rappresenta l'atto umano che si ripiega su se stesso, rifiutando la fecondità disinteressata richiesta dal disegno di Dio.
Rimasto vedovo della moglie e temendo per la vita del terzogenito Sela, Giuda rimanda la nuora Tamar alla casa di suo padre in stato di vedovanza, promettendole ipocritamente di darle Sela non appena fosse cresciuto, ma senza alcuna reale intenzione di adempiere al dovere. Davanti a questa ingiustizia patriarcale che la condanna alla sterilità e all'emarginazione, Tamar decide di agire non per semplice lussuria, ma per rivendicare il diritto sacro alla discendenza. Venuta a conoscenza del viaggio di Giuda verso Timna per la tosatura delle pecore, ella si spoglia delle sue vesti di vedova, si copre con un velo per non farsi riconoscere e si siede all'ingresso di Enaim, lungo la strada.
L'incontro che segue mette a nudo la fragilità morale di Giuda il quale, scambiandola per una prostituta a causa del volto coperto, si unisce a lei promettendole in pagamento un capretto del suo gregge. Tamar, con estrema lucidità spirituale, esige come pegno provvisorio tre oggetti personali altamente simbolici: il sigillo, il cordone e il bastone. Nella mistica della storia della salvezza, questi oggetti non sono semplici garanzie contrattuali; essi rappresentano l'autorità regale (il sigillo), la fedeltà all'alleanza (il cordone) e lo scettro del comando (il bastone). Consegnando questi pegni a Tamar, Giuda, a sua insaputa, cede alla donna la custodia della sua stessa dignità patriarcale. Il *Fiat* divino si serve dell'audacia di Tamar per strappare a Giuda ciò che egli non voleva concedere spontaneamente: la continuazione della stirpe benedetta.
La scoperta della gravidanza di Tamar, tre mesi più tardi, suscita l'immediata reazione ipocrita di Giuda, il quale, fedele a un rigore puramente esteriore, ordina che la donna sia condotta fuori e bruciata per aver commesso prostituzione. Ma nel momento del massimo pericolo, Tamar fa recapitare i pegni al suocero, pronunciando le parole definitive: "L'uomo a cui appartengono questi oggetti è colui dal quale sono incinta. Riconosci di chi siano questo sigillo, questo cordone e questo bastone". Il riconoscimento di Giuda costituisce il momento della sua conversione e della giustificazione di Tamar; egli confessa pubblicamente che la nuora è più giusta di lui, poiché egli non l'aveva data in sposa a suo figlio Sela. Questa ammissione ristabilisce l'ordine della giustizia divina sopra le ipocrisie delle convenzioni umane.
Il capitolo si conclude con il parto straordinario di Tamar, che dà alla luce due gemelli, Perez e Zerach. Durante il travaglio, Zerach stende per primo la mano, sulla quale la levatrice lega un filo scarlatto per contrassegnare il primogenito; tuttavia, egli ritrae la mano ed è Perez a nascere per primo, provocando l'esclamazione della levatrice sul modo in cui egli si era aperta una breccia. Sotto il profilo dogmatico, la nascita di Perez, da cui discenderà direttamente il re Davide e, nella pienezza dei tempi, Gesù Cristo, rappresenta il trionfo assoluto della Divina Volontà che si fa strada attraverso l'imprevisto e l'irregolarità della storia. La breccia aperta da Perez simboleggia l'azione irresistibile della Grazia che rompe gli schemi rigidi della natura e del peccato per far risplendere la luce della Redenzione. Il filo scarlatto rimasto sulla mano di Zerach evoca il sangue del sacrificio che circonda la storia dell'alleanza. Questo capitolo, apparentemente estraneo alla purezza patriarcale, dimostra così come la Divina Volontà sappia scrivere dritto sulle righe storte degli uomini, trasformando una vicenda segnata dall'inganno e dalla debolezza in un capitolo fecondo di grazia, destinato a custodire la linea genealogica del Re dei Re.
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