Genesi Capitolo 42 alla Luce della Divina Volontà

 

Il quarantaduesimo capitolo della Genesi descrive il primo, drammatico incontro tra Giuseppe e i suoi fratelli, giunti in Egitto dalla terra di Canaan per acquistare il grano a causa della spietata carestia che attanaglia tutta la terra. Alla luce della teologia della Divina Volontà, questa pagina biblica illustra il mistero della giustizia riparatrice e della pedagogia della Grazia, che si serve degli eventi storici per risvegliare la coscienza addormentata dell'uomo e condurlo alla vera conversione. Negli scritti della Tradizione e nella mistica del Divino Volere, la severità iniziale con cui Giuseppe accoglie i fratelli non è mossa da un sentimento umano di vendetta, bensì riflette lo specchio della Verità divina che deve scuotere la cecità del volere proprio dei colpevoli, affinché la colpa passata venga riconosciuta, purificata e definitivamente sanata nell'abbraccio dell'ordine creaturale.


La narrazione prende le mosse dall'iniziativa di Giacobbe, il quale, vedendo che vi è del grano in Egitto, rimprovera i figli per la loro inazione e li ordina di scendere a comprare i viveri per salvare la famiglia dalla morte. Il Patriarca decide tuttavia di trattenere presso di sé Beniamino, l'ultimo figlio e fratello germano di Giuseppe, nel timore che gli possa capitare una sventura durante il viaggio. Sotto il profilo del cammino spirituale, questa partenza forzata dei dieci fratelli rappresenta l'inizio di una purificazione passiva: la Divina Volontà si serve del bisogno materiale e della fame per strappare le creature dal loro isolamento e condurle proprio là dove avevano consumato il loro antico delitto. Al loro arrivo, i fratelli si presentano davanti al governatore del paese, che è lo stesso Giuseppe, e si prostrano davanti a lui con la faccia a terra. Questo atto liturgico compie alla lettera il primo sogno profetico dei manipoli, dimostrando visibilmente l'immutabilità dei decreti del Fiat, che si realizzano infallibilmente nonostante tutti i tentativi umani di contrastarli.


Giuseppe riconosce immediatamente i suoi fratelli, ma essi non riconoscono lui, nascosto dietro gli abiti regali e la lingua dell'impero egiziano. Nel ricordare i sogni fatti a loro riguardo, Giuseppe assume un atteggiamento duro, accusandoli ripetutamente di essere delle spie venute per esplorare i punti vulnerabili del paese. Davanti a questa pesante imputazione, i fratelli si difendono proclamando la propria onestà e raccontando la struttura della loro famiglia, dichiarando di essere dodici fratelli, figli dello stesso padre, di cui il più giovane è rimasto a Canaan e uno non c'è più. Questa menzione di se stesso come colui che "non c'è più" mette alla prova la verità del loro stato interiore. Giuseppe, per verificare la loro rettitudine, propone una prova stringente: essi non usciranno dall'Egitto se non vi giungerà il loro fratello più piccolo, e decide di rinchiuderli tutti insieme in carcere per tre giorni. Questo periodo di reclusione rappresenta un salutare ritorno nel sepolcro della coscienza, uno spazio di silenzio in cui la Divina Volontà opera l'inizio del pentimento interiore.


Al terzo giorno, Giuseppe si rivolge a loro con parole intrise di timore di Dio, dichiarando che, poiché egli teme il Signore, lascerà loro la vita a una condizione: uno solo di loro rimarrà prigioniero come ostaggio nella prigione, mentre gli altri potranno partire con il grano per sedare la fame delle loro famiglie, a patto di ritornare conducendo il fratello minore, così da dimostrare la veridicità delle loro parole. In quel momento, credendo che il governatore egiziano non comprenda la loro lingua poiché parlava tramite un interprete, i fratelli si dicono l'un l'altro di essere giustamente puniti per il delitto commesso contro il loro fratello Giuseppe, ricordando di aver visto l'angoscia della sua anima quando li supplicava e di non averlo ascoltato, motivo per cui ora si abbatte su di loro questa tribolazione. Ruben interviene ricordando di averli avvertiti di non peccare contro il fanciullo e constatando che ora viene domandato conto del suo sangue. Questo dialogo drammatico costituisce il vertice teologico del capitolo: la giustizia della Divina Volontà ha finalmente squarciato il velo del passato, costringendo il volere umano a confessare la propria colpa e a riconoscere il legame indissolubile tra il peccato antico e il giudizio presente.


Giuseppe, udendo queste parole, si allontana da loro e scoppia in un pianto di profonda commozione, manifestando l'amore paterno e divino che abita nel giusto. Ritornato tra loro, fa catenare Simeone davanti ai loro occhi come ostaggio. Subito dopo, Giuseppe ordina segretamente ai suoi servitori di riempire i loro sacchi di grano, di rimettere il denaro di ciascuno nel proprio sacco e di dare loro le provviste per il viaggio. Questo gesto di segreta generosità manifesta la logica del Fiat, che non vende i suoi doni ma li offre gratuitamente in giustizia, pur mantenendo intatta la severità della prova. Durante una sosta lungo il cammino di ritorno, uno di loro apre il sacco per dare il foraggio all'asino e scopre con terrore il proprio denaro alla bocca del sacco. Nel riferire la cosa ai fratelli, il loro cuore si smarrisce ed essi si dicono l'un l'altro, tremando, che cosa sia mai questo che Dio ha fatto loro, riconoscendo ormai l'azione diretta della Provvidenza in ogni minimo evento.


Il capitolo si avvia alla conclusione con il ritorno dei fratelli a Canaan presso il padre Giacobbe, al quale riferiscono dettagliatamente tutto ciò che è accaduto, le dure parole del governatore, la ritenzione di Simeone e la condizione posta di condurre Beniamino in Egitto. Nello svuotare i sacchi, ciascuno ritrova il proprio sacchetto di denaro, e sia loro che il padre sono presi da un grande timore. Lo straziante lamento di Giacobbe, che accusa i figli di averlo privato dei bambini dicendo che Giuseppe non c'è più, Simeone non c'è più e ora vogliono prendere anche Beniamino, mette a nudo la totale cecità della natura umana di fronte al disegno divino, interpretando come una rovina quella che è in realtà la preparazione del trionfo della salvezza. L'offerta impulsiva di Ruben, che promette di far morire i propri due figli se non ricondurrà Beniamino, viene respinta con fermezza da Giacobbe, il quale dichiara che il suo figlio minore non scenderà con loro, poiché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo, e una sventura lungo il viaggio lo farebbe scendere con i capelli bianchi e nel dolore verso gli inferi. La resistenza finale del vecchio patriarca chiude il capitolo in uno stato di sospensione e di ulteriore purificazione, mostrando come la Divina Volontà attenda il totale esaurimento delle resistenze umane prima di svelare la pienezza della sua luce e operare la perfetta riconciliazione della famiglia eletta.

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