Genesi Capitolo 43 alla Luce della Divina Volontà
Il quarantatreesimo capitolo della Genesi prosegue il cammino di purificazione e di riconciliazione della famiglia di Giacobbe, descrivendo il secondo viaggio dei fratelli in Egitto, questa volta accompagnati dal giovane Beniamino. Alla luce della teologia della Divina Volontà, questo testo illustra il momento in cui la creatura, posta alle strette dalla totale mancanza di risorse terrene, capitola davanti alle disposizioni divine, deponendo le ultime resistenze del proprio volere per entrare nell'ordine della Grazia. La carestia che continua a gravare pesantemente sulla terra di Canaan non è un semplice cataclisma naturale, ma si rivela come lo strumento provvidenziale con cui il Fiat sovrano piega l'ostinazione umana, costringendo il vecchio patriarca e i suoi figli a fidarsi ciecamente di quella misteriosa autorità egiziana che, a loro insaputa, è il canale della loro salvezza.
La narrazione si apre nel segno dell'assoluta necessità: consumati interamente i viveri portati dal primo viaggio, Giacobbe invita i figli a tornare in Egitto per acquistare un po' di cibo. La replica di Giuda è ferma e mette a nudo l'invalicabile confine posto da Giuseppe, ricordando al padre che l'uomo li aveva severamente avvertiti che non avrebbero visto il suo volto senza avere con sé il fratello minore. Sotto il profilo del cammino spirituale, questa condizione rappresenta l'esigenza della Divina Volontà che richiede l'integrità del sacrificio; non si può accedere al pane della vita trattenendo per sé gli affetti più cari o le ultime sicurezze umane. Davanti al rimprovero doloroso di Giacobbe, che lamenta il fatto che abbiano rivelato l'esistenza di un altro fratello, i figli difendono la propria sincerità, spiegando che l'uomo li aveva interrogati minuziosamente sulla loro famiglia. Giuda assume allora la piena responsabilità della vita del fanciullo, offrendosi come garante personale davanti al padre e pronunciando parole di assoluto impegno, fino a dichiararsi colpevole per sempre nei suoi confronti se non lo riporterà sano e salvo. Questo atto di Giuda, che si offre come fideiussore per il più piccolo, manifesta l'emergere della logica del sacrificio vicario, un riflesso dell'ordine divino che sostituisce l'antico egoismo fratricida con la disponibilità a donare la vita per il fratello.
Vinto dall'evidenza e dalla fame, Israele capitola e pronuncia le parole dell'estremo abbandono alla Provvidenza, ordinando ai figli di mettersi in viaggio e di portare in dono all'uomo i prodotti più scelti della terra, come balsamo, miele, resina, laudano, pistacchi e mandorle. Egli comanda inoltre di prendere il doppio del denaro, restituendo quello ritrovato alla bocca dei sacchi nell'ipotesi che si sia trattato di un errore, e infine lascia partire Beniamino, invocando su di loro la benedizione di Dio Onnipotente affinché l'uomo si mostri benevolo e rilasci sia Simeone sia il fanciullo. La conclusione del suo discorso, in cui afferma che, se deve essere privato dei figli, lo sia, fotografa il perfetto spogliamento dell'anima: quando la volontà umana accetta il rischio della perdita totale pur di obbedire al disegno di Dio, attira su di sé la pienezza della misericordia.
Al loro arrivo in Egitto, i fratelli si presentano davanti a Giuseppe il quale, nel vedere Beniamino insieme a loro, ordina immediatamente al maggiordomo della sua casa di condurre quegli uomini all'interno della dimora, di macellare gli animali e di preparare il pranzo, poiché essi mangeranno con lui a mezzogiorno. Questo invito suscita il terrore nel cuore dei fratelli che, mossi dal senso di colpa e dalla paura della giustizia terrena, interpretano l'ingresso nella casa regale come una trappola tesa a causa del denaro restituito nei sacchi, temendo di essere ridotti in schiavitù insieme ai loro asini. Essi si avvicinano quindi al maggiordomo sulla porta della casa, esponendo con ansia la verità sul ritrovamento del denaro e dichiarando di averlo riportato indietro insieme ad altro argento per i nuovi acquisti. La risposta del maggiordomo è un capolavoro di teologia del Divino Volere enunciata da un pagano; egli li rassicura dicendo di stare in pace e di non temere, poiché il loro Dio e il Dio del loro padre aveva messo un tesoro nei loro sacchi, confermando di aver ricevuto a suo tempo il loro denaro. Subito dopo, fa uscire da loro Simeone, introduce il gruppo nella casa, offre loro l'acqua per lavare i piedi e dà il foraggio ai loro asini. Questa accoglienza generosa capovolge le aspettative della carne, mostrando come la Divina Volontà trasformi il luogo del temuto giudizio in uno spazio di grazia e di ospitalità gratuita.
Mentre attendono l'arrivo di Giuseppe per il pranzo, i fratelli dispongono i loro doni e, non appena il governatore entra in casa, gli offrono i regali prostrandosi a terra davanti a lui. Questo secondo atto di adorazione adempie compiutamente anche il sogno profetico degli astri, vedendo ora anche Beniamino incluso nella sottomissione alla regalità di Giuseppe. Egli li saluta con benevolenza, domandando affettuosamente della salute del loro vecchio padre e se sia ancora in vita, e riceve la loro conferma liturgica mentre si inchinano nuovamente. Nel volgere lo sguardo, Giuseppe vede Beniamino, il figlio di sua madre, e pronuncia su di lui una solenne benedizione di grazia. In quel momento, la commozione interiore diventa insostenibile: le viscere di Giuseppe si commuovono per il fratello ed egli è costretto a cercare in fretta un luogo dove piangere, rifugiandosi nella sua camera da letto per sfogare in segreto il pianto dell'amore divino. Questo pianto nascosto descrive la pedagogia del Fiat, che ama intensamente la creatura anche quando la sottopone alla durezza della prova, celando temporaneamente la consolazione affinché il percorso di purificazione giunga al suo perfetto compimento.
Dopo essersi lavato il volto, Giuseppe esce controllando le proprie emozioni e ordina di servire il pranzo. La disposizione dei tavoli riflette il rigoroso ordine delle purificazioni e delle distinzioni storiche: viene servito Giuseppe da solo, i fratelli da soli e gli Egiziani da soli, poiché per questi ultimi era un abominio mangiare il pane insieme agli Ebrei. I fratelli vengono fatti sedere davanti a lui disposti esattamente secondo l'ordine di età, dal primogenito al più piccolo, provocando in loro un immenso stupore per quella misteriosa conoscenza che viola i segreti della loro nascita. Giuseppe fa portare loro le porzioni dal proprio tavolo, e la porzione riservata a Beniamino si rivela cinque volte più grande di quella degli altri. Nonostante lo stupore e la disparità del trattamento, il capitolo si conclude in un clima di gioia e di festa, con i fratelli che bevono e si abbandonano all'allegria insieme a lui. Questo banchetto vissuto nell'oscurità del riconoscimento prefigura la comunione messianica in cui l'umanità nuova, purificata dal peccato, siede alla mensa del Re della Pace, godendo della sua sovrabbondante liberalità in attesa che il velo del mistero venga definitivamente sollevato e la pienezza della Divina Volontà trionfi visibilmente nella storia dei figli di Dio.
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