Genesi Capitolo 44 alla Luce della Divina Volontà
Il quarantaquattresimo capitolo della Genesi rappresenta il culmine drammatico della pedagogia purificatrice di Giuseppe verso i suoi fratelli, costituendo una delle pagine più intense sull'azione della rettifica interiore e sul trionfo dell'ordine della Grazia. Alla luce della teologia della Divina Volontà, questo capitolo illustra l'ultima, radicale prova a cui il *Fiat* divino sottopone l'anima per verificare la sua totale conversione e la definitiva vittoria sull'invidia fratricida che aveva lacerato la stirpe eletta. La misteriosa strategia attuata da Giuseppe non è mossa da un desiderio umano di rivalsa, ma riflette l'azione sapiente del Volere Divino che stringe le creature in un vicolo cieco apparente per far scaturire dal loro cuore l'atto perfetto dell'amore oblativo e della solidarietà vicaria, necessari per fondare l'unità del popolo dell'alleanza.
La narrazione prende le mosse dall'ordine segreto che Giuseppe impartisce al maggiordomo della sua casa prima della partenza dei fratelli: riempire i sacchi di quegli uomini con quanti viveri possono contenere, rimettere il denaro di ciascuno alla bocca del sacco e, soprattutto, introdurre la sua coppa personale, la coppa d'argento, nel sacco del fratello più piccolo, insieme al denaro del suo grano. Il maggiordomo esegue fedelmente il comando e, al mattino, appena si fa chiaro, gli uomini vengono congedati con i loro asini. Sotto il profilo del cammino spirituale, questo ritorno provvisorio verso la terra di Canaan rappresenta l'illusione della carne che crede di aver superato la prova con le sole proprie forze naturali e la propria prudenza. Ma la Divina Volontà non permette che l'opera rimanga incompiuta; il *Fiat* esige che la ferita del passato sia sanata nel punto esatto in cui era stata aperta, ossia nel trattamento riservato al figlio prediletto del padre.
Non appena i fratelli sono usciti dalla città e non sono ancora lontani, Giuseppe ordina al maggiordomo di inseguirli e di raggiungerli, rivolgendo loro un severo rimprovero per aver reso male per bene e per aver rubato la coppa d'argento, lo strumento con cui il loro signore beve e di cui si serve per trarre i presagi. Al momento del raggiungimento, i fratelli, mossi dalla certezza della propria innocenza, respingono con sdegno l'accusa, ricordando come avessero riportato persino il denaro ritrovato la prima volta e formulando una sentenza di autocondanna assoluta: colui presso il quale si troverà la coppa morirà, e tutti gli altri diventeranno schiavi del loro signore. Il maggiordomo accetta la sfida ma mitiga la pena secondo la misura della giustizia di Giuseppe, stabilendo che solo colui che ha la coppa sarà schiavo, mentre gli altri saranno lasciati liberi. La perquisizione comincia dal più grande e finisce con il più piccolo, e la coppa viene rinvenuta nel sacco di Beniamino. Davanti a questa scoperta terrificante, i fratelli si lacerano le vesti, ricaricano i loro asini e ritornano in città, manifestando nel dolore la nascita di uno spirito del tutto nuovo: essi non abbandonano il figlio di Rachele al suo destino di schiavitù, come avevano fatto anni prima con Giuseppe, ma scelgono di condividere interamente la sua sorte.
Giunti alla casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, i fratelli si gettano a terra davanti a lui. Giuseppe li accoglie con parole severe, domandando quale azione abbiano mai compiuto e ricordando loro che un uomo come lui è capace di indovinare i segreti. In questo frangente si eleva la voce di Giuda, il quale assume il ruolo di intercessore e portavoce del gruppo, pronunciando parole di assoluta capitolazione davanti alla giustizia eterna: egli dichiara che non vi sono parole per difendersi e che Dio stesso ha messo a nudo l'iniquità dei servi. Questa confessione non si riferisce tanto al furto della coppa, di cui si sanno innocenti, quanto al riconoscimento della colpa antica contro Giuseppe, per la quale la Divina Volontà esige ora il riscatto in giustizia. Giuda offre se stesso e tutti i fratelli come schiavi insieme a colui nelle cui mani è stata trovata la coppa. La replica di Giuseppe, tuttavia, stringe ulteriormente il legame della prova, rifiutando una punizione collettiva e insistendo sul fatto che solo Beniamino rimarrà come schiavo, mentre gli altri potranno tornare in pace dal loro padre. Questa disposizione costituisce il momento supremo della purificazione passiva: i fratelli sono posti nella condizione esatta di ripetere il peccato del passato, potendo tornare a casa liberi e lasciando il prediletto nella sofferenza dell'esilio.
Il capitolo tocca il suo vertice teologico e liturgico nel celebre discorso di Giuda, che si avvicina a Giuseppe per parlargli privatamente. In un'accorata e splendida supplica, che riassume l'intera vicenda patriarcale, Giuda rievoca l'origine del viaggio, il profondo legame nuziale e filiale che unisce il vecchio padre a Beniamino, definito il figlio della sua vecchiaia e l'unico rimasto della madre, il cui fratello è morto. Egli descrive con tinte strazianti il dolore di Giacobbe, la cui vita è talmente legata a quella del fanciullo che la sua assenza lo farebbe scendere nel dolore verso gli inferi. Giuda rivela infine di essersi fatto garante della vita del ragazzo presso il padre, accettando di portare la colpa per sempre se non lo avesse ricondotto sano e salvo. Egli formula quindi la richiesta della perfetta sostituzione vicaria, supplicando Giuseppe di accettare lui come schiavo al posto del fanciullo, affinché il ragazzo possa ritornare con i suoi fratelli, poiché gli sarebbe impossibile assistere allo sterminio del dolore che colpirebbe suo padre. Questo atto di Giuda, che offre la propria libertà e la propria vita per salvare il figlio prediletto e risparmiare l'agonia del padre, rappresenta il trionfo assoluto della Divina Volontà sulla natura umana decaduta: l'egoismo fratricida è interamente consumato e sostituito dalla carità oblativa. Il volere umano ha deposto le sue armi, imitando l'ordine dell'amore divino che si offre in riscatto per i fratelli. Questo supremo sacrificio della volontà propria apre la strada all'abbattimento definitivo di ogni barriera e al trionfo manifesto della riconciliazione messianica.
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