Genesi Capitolo 45 alla Luce della Divina Volontà

Il quarantacinquesimo capitolo della Genesi costituisce il momento supremo della rivelazione e della riconciliazione dell'intera saga patriarcale, rappresentando una delle più sublimi manifestazioni del trionfo della Divina Volontà nella storia della salvezza. Alla luce della teologia del Divino Volere, questo capitolo svela la regia invisibile e perfetta del Fiat divino che, sovrastando le colpe, le invidie e le sofferenze umane, sa volgere ogni male nel bene supremo della redenzione e della preservazione della vita. La commovente autorivelazione di Giuseppe ai suoi fratelli non è semplicemente un ricongiungimento familiare, ma simboleggia l'abbraccio definitivo tra la Misericordia divina e l'umanità pentita, dimostrando come l'anima che vive nell'ordine di Dio non serbi memoria dell'offesa ricevuta, poiché contempla in ogni vicenda unicamente il compimento dei decreti eterni.

La narrazione si apre con l'esplosione emotiva di Giuseppe che, di fronte alla sublime offerta di Giuda di sacrificarsi come schiavo al posto di Beniamino, non può più contenere il suo affetto interiore. Egli ordina a tutti i servitori egiziani di uscire dalla sua presenza, affinché nessun estraneo assista a quel momento sacro e strettamente riservato all'intimità dell'alleanza. Giuseppe scoppia in un pianto così forte da essere udito in tutta la casa del faraone e rivela la sua vera identità dicendo ai fratelli di essere Giuseppe e domandando subito se suo padre sia ancora vivo. La reazione dei fratelli è di assoluto terrore e mutismo, incapaci di rispondere per lo smarrimento e il peso del senso di colpa che ancora li attanaglia davanti a colui che avevano venduto. Giuseppe li invita allora ad avvicinarsi a lui e pronuncia parole che capovolgono radicalmente la prospettiva umana, esortandoli a non affliggersi e a non rammaricarsi per averlo venduto, poiché è stato Dio a inviarlo prima di loro in Egitto per salvare la vita.

Questa dichiarazione costituisce il cuore teologico del capitolo: Giuseppe spiega che la grave carestia durerà ancora per altri cinque anni e che l'Altissimo lo ha mandato avanti a loro per assicurare la sopravvivenza del loro stirpe sulla terra e per farli vivere mediante una grande liberazione. Egli afferma solennemente che non sono stati i fratelli a mandarlo in quel luogo, ma Dio stesso, il quale lo ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto l'Egitto. Sotto il profilo dogmatico e spirituale, questa visione cancella l'efficacia del volere umano malvagio, mostrando come la Divina Volontà si serva persino dei peccati degli uomini come di uno strumento passivo per realizzare i suoi disegni di salvezza. Giuseppe non accusa, ma giustifica e consola, incarnando la figura del Cristo che, dalla croce della sofferenza, trasforma il tradimento degli uomini nella fonte della loro redenzione e del pane della vita eterna.

Giuseppe sollecita quindi i fratelli a salire in fretta dal padre Giacobbe per riferirgli della sua gloria e della sua autorità in Egitto, ingiungendogli di scendere da lui senza indugio. Egli offre loro la ricca terra di Goscen, affinché possano risiedere vicino a lui con i loro figli, i loro nipoti, i loro greggi e tutti i loro beni, promettendo di provvedere al loro sostentamento durante i prossimi anni di carestia per evitare che cadano nella miseria. Subito dopo, Giuseppe si getta al collo di Beniamino e piange, e anche Beniamino piange sul suo collo; poi bacia tutti i suoi fratelli e piange riabbracciandoli uno per uno. Solo dopo questo effuso bagno di lacrime e di affetto riconciliato, i fratelli trovano la forza e la libertà interiore per parlare con lui, a dimostrazione che l'amore oblativo della Divina Volontà risana ogni ferita del passato e scioglie le catene della paura.

La notizia del ritrovamento dei fratelli di Giuseppe si diffonde nella casa del faraone, suscitando il compiacimento del sovrano e dei suoi ministri. Il faraone interviene direttamente ordinando a Giuseppe di caricare i montami dei fratelli e di rimandarli in Canaan per prendere il padre e le loro famiglie, offrendo loro il meglio della terra d'Egitto e i cibi più succulenti. Egli mette a disposizione i carri d'Egitto per trasportare i bambini e le donne e invita il vecchio patriarca a non provar rammarico per le cose lasciate indietro, poiché le ricchezze di tutto l'impero saranno a loro disposizione. Sotto la prospettiva del Divino Volere, l'adesione della massima autorità pagana al disegno di salvaguardia della famiglia eletta mostra come la Provvidenza pieghi e disponga le strutture del mondo a servizio della santificazione dei figli di Dio.

I figli d'Israele eseguono gli ordini e Giuseppe fornisce loro i carri secondo il comando del faraone, unitamente alle provviste per il viaggio. A ciascuno di loro dona abiti di ricambio, ma a Beniamino regala trecento pezzi d'argento e cinque vesti di ricambio, mentre al padre invia dieci asini carichi dei beni migliori dell'Egitto e dieci asine cariche di grano, pane e viveri per il tragitto. Nel congedare i fratelli per la partenza, Giuseppe rivolge loro un'ultima e fondamentale raccomandazione, esortandoli a non litigare lungo la strada. Questa ammonizione finale evidenzia la vigilanza del giusto sulla fragilità della natura umana: la tentazione di scaricarsi a vicenda le colpe del passato deve essere del tutto vinta dalla pace dell'alleanza ritrovata nell'ordine divino.

Il capitolo si avvia alla conclusione con l'arrivo dei fratelli nella terra di Canaan e l'annuncio a Giacobbe della sconvolgente verità: Giuseppe è ancora vivo ed è il governatore di tutto l'Egitto. Inizialmente, il cuore del vecchio patriarca rimane freddo e insensibile, poiché non riesce a credere alle loro parole. Tuttavia, quando essi gli riferiscono tutti i discorsi di Giuseppe e quando egli vede i maestosi carri inviati dall'Egitto per trasportarlo, lo spirito di Giacobbe si rianima e ritrova la vita. Il capitolo si chiude con la solenne e commossa dichiarazione di Israele, il quale afferma che ciò gli basta, che suo figlio Giuseppe è ancora vivo e che vuole andare a vederlo prima di morire. Questa risurrezione spirituale dell'anziano patriarca rappresenta il compimento della speranza riposta nel Fiat: il dolore della perdita cede il passo al canto della gratitudine, e l'intera casa d'Israele si dispone a mettersi in cammino verso l'Egitto, pronta a custodire il germe del popolo santo nell'abbraccio provvidenziale del figlio ritrovato.

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