Genesi Capitolo 46 alla Luce della Divina Volontà
Il quarantaseiesimo capitolo della Genesi descrive il solenne e definitivo trasferimento di Giacobbe e di tutta la sua discendenza dalla terra di Canaan verso l'Egitto, costituendo un passaggio teologico di straordinaria rilevanza nel disegno della salvezza. Alla luce della teologia della Divina Volontà, questo capitolo illustra il mistero dell'obbedienza totale che l'anima eletta presta ai mutamenti e agli esili della storia, quando questi sono comandati dal Fiat divino. La migrazione di Israele non è una fuga disperata o un ripiegamento umano di fronte alla fame, ma rappresenta il compimento di un decreto eterno: la Provvidenza sradica momentaneamente il seme dell'alleanza dalla terra promessa per trapiantarlo nel crogiolo dell'Egitto, dove esso potrà crescere, protetto e nutrito, fino a diventare una grande nazione, secondo i ritmi immutabili stabiliti dall'Altissimo.
Il viaggio prende le mosse con una tappa liturgica fondamentale a Bersabea, il luogo sacro dei padri, dove Israele si ferma per offrire sacrifici al Dio di suo padre Isacco. Sotto il profilo del cammino spirituale, questo atto dimostra la rettitudine del Patriarca, il quale non osa varcare i confini della terra della promessa guidato solo dall'affetto umano per Giuseppe o dal bisogno materiale, ma cerca prima di tutto la sanzione e il sigillo del Volere Divino. Nella notte, Dio gli parla in visioni e lo chiama ripetutamente per nome, dicendo Giacobbe, Giacobbe, e ricevendo la pronta risposta dell'eccomi, che manifesta la perfetta disponibilità della creatura. Il Signore lo rassicura rivelandosi come il Dio di suo padre e comandandogli esplicitamente di non temere di scendere in Egitto, poiché proprio là lo farà diventare un grande popolo. Dio promette inoltre che scenderà con lui in Egitto e che lo farà anche risalire, e che Giuseppe gli chiuderà gli occhi al momento della morte. Questa teofania notturna definisce lo statuto dogmatico dell'esilio: quando la Divina Volontà ordina uno spostamento, l'apparente abbandono della terra santa si trasforma nel luogo della massima vicinanza divina, poiché il Signore stesso cammina con i suoi figli nell'esilio del mondo.
Rassicurato dal Fiat supremo, Giacobbe si alza da Bersabea e i suoi figli lo fanno salire, insieme ai loro bambini e alle loro donne, sui carri che il Faraone aveva inviato per trasportarlo. Essi prendono con sé tutto il bestiame e tutti i beni accumulati nella terra di Canaan e arrivano in Egitto: Giacobbe e con lui tutta la sua discendenza, figli, nipoti, figlie e nipoti, senza trattenere nulla nel paese d'origine. Il testo biblico inserisce a questo punto un dettagliato e solenne elenco dei membri della famiglia di Giacobbe giunti in Egitto, suddivisi meticolosamente secondo le madri da cui hanno avuto origine. Vengono enumerati i trentatré discendenti nati da Lia, tra cui spiccano i primogeniti delle varie tribù, i sedici nati da Zilpa, i quattordici nati da Rachele — comprendenti Giuseppe con i suoi due figli nati in Egitto, Manasse ed Efraim, e Beniamino con la sua vasta discendenza — e infine i sette nati da Bila. Il totale delle persone della casa di Giacobbe che entrarono in Egitto ammonta a settanta anime. Nella mistica dell'ordine divino, questo elenco non è una mera registrazione anagrafica, bensì esprime la precisione millimetrica con cui il Creatore custodisce e conta ogni singolo componente della stirpe eletta; il numero settanta simboleggia la totalità e la perfezione di un'umanità nuova, interamente censita e protetta dalla Grazia, destinata a moltiplicarsi sotto l'azione feconda dello Spirito.
Mentre si avvicinano alla meta, Giacobbe invia Giuda avanti a sé verso Giuseppe, affinché questi prepari l'arrivo e dia le indicazioni prima del loro ingresso nella terra di Goscen. Questo incarico affidato a Giuda riafferma il suo ruolo di guida e di mediatore regale nell'ordine della giustizia. Giuseppe fa allora attaccare il suo carro regale e sale a Goscen per andare incontro a Israele, suo padre. Al vederlo, Giuseppe gli si getta al collo e piange a lungo, abbandonandosi a un abbraccio che cancella anni di separazione e di dolore sofferti nel silenzio dell'esilio. Le parole di Israele, il quale dichiara che ora può anche morire dopo aver visto il volto di suo figlio ed essersi accertato che è ancora vivo, descrivono il compimento perfetto della speranza riposta nella fedeltà di Dio. Il dolore della natura umana è interamente riassorbito e trasfigurato dalla consolazione dello Spirito, e il vecchio patriarca sperimenta la pace invincibile di chi ha visto realizzarsi l'impossibile attraverso l'azione della Provvidenza.
Il capitolo si conclude con la sapiente strategia che Giuseppe suggerisce ai suoi fratelli e alla casa di suo padre per l'incontro con il Faraone. Egli dichiara che salirà ad informare il sovrano dell'arrivo della sua famiglia dalla terra di Canaan, specificando che si tratta di pastori e di uomini dediti al bestiame, che hanno condotto con sé greggi, armenti e tutti i loro averi. Giuseppe istruisce minuziosamente i fratelli affinché, quando il Faraone li interrogherà sulla loro occupazione, essi dichiarino di essere stati guardiani di bestiame fin dalla loro giovinezza, così come lo erano stati i loro padri. Questa confessione permetterà loro di stabilirsi stabilmente nella terra di Goscen, poiché i pastori erano considerati un abominio per gli Egiziani. Sotto la prospettiva del Divino Volere, questa raccomandazione rivela una prudenza soprannaturale: l'abominio dei pagani diventa lo strumento provvidenziale per mantenere la stirpe dell'alleanza separata e isolata dalle contaminazioni idolatre e mondane dell'Egitto. Restando confinati nella terra di Goscen a causa del loro mestiere umile e consacrato, i figli d'Israele potranno custodire la purezza della loro fede e la specificità della loro vocazione, crescendo come un popolo separato in attesa del tempo stabilito dal Fiat universale per il grande ritorno nella terra dei padri.
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